Anche se la tregua di due settimane appena decretata probabilmente porterà alla riapertura dello Stretto di Hormuz, concedendo un po’ di sollievo allo stress dei mercati, la guerra in Iran ha esposto grosse fette del mondo ad una crisi energetica che riguarda praticamente tutti i combustibili fossili. Molti Stati, soprattutto di Asia e Europa, sono stati costretti a fare i conti con l’approvvigionamento energetico, ipotizzando addirittura scenari fatti di razionamenti e lockdown.
Da un lato, quella che si è manifestata è essenzialmente una crisi da dipendenza energetica, determinata da una globalizzazione dei mercati di combustibili e per certi versi anche della loro finanziarizzazione. Dall’altro lato, stanno venendo al pettine i nodi delle politiche dei singoli Stati, tra quelli che hanno lavorato seriamente per una transizione e una sovranità energetica e quelli che si sono affidati al modello tradizionale, forse certi dell’egemonia dell’Occidente.

Crisi energetica e speculazione finanziaria: insider trading della Casa Bianca?

Nel podcast “Unchained. Storie di ordinario capitalismo selvaggio”, edito da Valori.it, il giornalista Lorenzo Tecleme ipotizza un clamoroso caso di insider trading direttamente dalla Casa Bianca. «È solo un’ipotesi», sottolinea Tecleme ai nostri microfoni, ma se due indizi fanno una prova, c’è da sospettare che un’Amministrazione a stelle e strisce amica stretta dei miliardari del mondo possa aver davvero favorito i loro profitti attraverso la speculazione finanziaria.
Quello che viene raccontato nel podcast è simile a quanto già accaduto in occasione del blitz statunitense in Venezuela e riguarda le mosse dei broker poco prima che Donald Trump facesse un annuncio in merito al conflitto che avrebbe fatto scendere il prezzo del petrolio.

«Alle 6:40 del 23 marzo – ricostruisce il giornalista – sulla Borsa di Chicago piovono una marea di ordini per dei futures, prodotti finanziari perfetti per la speculazione. Qualcuno sta scommettendo sul fatto che il costo del petrolio sarebbe sceso, proprio mentre tutto fa pensare che continui a salire per la guerra e il blocco di Hormuz. Alle 7:05, 16 minuti dopo l’onda anomala dei futures, il presidente degli Stati Uniti pubblica un post sul social network Truth dove dice che va tutto bene. Sta parlando con gli iraniani, stanno facendo pace. Anzi, stanno per firmare una tregua. Una notizia che ha esattamente l’effetto che quei misteriosi scommettitori cercavano. Il prezzo del petrolio scende, e chi ha giocato sui futures un quarto d’ora prima si è riempito d’oro».

I sospetti non sono venuti solo a un italiano. Da un’analisi di Valori.it, la stampa statunitense inizia a chiedersi se, nel giro della Casa Bianca, qualcuno stia usando informazioni riservate per giocare in Borsa. Peggio, c’è chi si chiede se le operazioni militari stesse non vengano influenzate da interessi finanziari privati.
L’insider trading è l’abuso di informazioni privilegiate ed è il reato compiuto da chi, entrato in possesso di informazioni privilegiate e in virtù della posizione che ricopre, acquista o vende strumenti finanziari utilizzando le informazioni medesime.

Anche restando nel campo di ciò che è consentito in finanza, già durante la precedente crisi energetica del 2022, quella volta determinata dalla guerra in Ucraina e dalla volontà europea di tagliare le forniture di gas russo, la speculazione finanziaria aveva fatto salire il prezzo dell’energia, in particolare scommettendo sulla carenza delle scorte. Una situazione che non si verificò mai nel concreto, ciononostante gli europei si sono trovati a pagare bollette salatissime che hanno arricchito sia gli scommettitori sia le società energetiche, in particolare con quelli che sono stati definiti extraprofitti.
L’attuale vicenda, quindi, risolleva il tema di beni primari, come l’energia ma anche il cibo, che sono soggetti a speculazione finanziaria nonostante la loro privazione sia considerata ad esempio un crimine di guerra.

La sovranità energetica: il caso della Spagna e i ritardi europei

La crisi energetica globale è tornata a mettere sotto pressione l’Europa, con effetti che si anche sull’Italia. A pesare è stato soprattutto il blocco dello stretto di Hormuz e gli attacchi alle infrastrutture nel Golfo Persico, legati al conflitto che coinvolge Iran, Stati Uniti e Israele: una situazione che ha interrotto una quota significativa del commercio mondiale di petrolio e gas. Se inizialmente le conseguenze hanno colpito soprattutto l’Asia, la natura interconnessa dei mercati energetici ha trascinato anche il Vecchio Continente verso un aumento dei prezzi.

Dopo il calo seguito alla crisi innescata dalla guerra in Ucraina, il costo dell’energia in Europa è tornato a crescere, alimentando timori per una nuova ondata inflazionistica. L’aumento dei prezzi energetici, infatti, si riflette direttamente sui costi di produzione e trasporto, con inevitabili ricadute sui consumatori.
Il nodo centrale resta la forte dipendenza europea – e in misura ancora maggiore italiana – dai combustibili fossili importati. L’Italia, in particolare, importa circa il 74% dell’energia, risultando più esposta agli shock internazionali rispetto alla media europea. Una vulnerabilità strutturale, già emersa con la fine delle forniture di gas russo, che ha rischiato di aggravarsi con il protrarsi delle tensioni in Medio Oriente.

Sempre su Valori.it, Tecleme ha messo a confronto le strategie energetiche di alcuni Paesi europei per determinare quelli che hanno seguito una strada verso la sovranità energetica. Che, date le circostanze, sembra coincidere anche con la transizione energetica verso fonti rinnovabili.
In particolare, la Spagna rivendica i risultati degli investimenti nelle rinnovabili: nel 2024 oltre il 54% della sua elettricità proviene da fonti come solare, eolico e idroelettrico, mentre il gas pesa meno di un quinto del mix. Un modello che si traduce anche in prezzi all’ingrosso molto più bassi rispetto all’Italia: circa sette volte in meno. Al contrario, il governo italiano ha scelto di rallentare l’uscita dal carbone, rinviandola al 2038.

La questione, però, non è solo economica. I combustibili fossili restano la principale fonte di emissioni climalteranti, responsabili di circa il 75% del riscaldamento globale secondo l’IPCC. Le rinnovabili, invece, presentano un impatto ambientale nettamente inferiore lungo il loro ciclo di vita.
Il confronto tra i due modelli appare quindi sempre più decisivo: da un lato la dipendenza dalle fonti fossili e dai mercati esteri, dall’altro un sistema più autonomo e sostenibile. La direzione scelta oggi potrebbe determinare non solo la resilienza economica dei Paesi europei, ma anche il loro ruolo nella transizione energetica globale.

ASCOLTA L’INTERVISTA A LORENZO TECLEME: