Gli Stati Uniti e l’Iran hanno raggiunto un accordo per un cessate il fuoco della durata di due settimane, appena un’ora e 28 minuti prima dell’ultimatum fissato da Donald Trump, che sarebbe dovuto scadere alle 8 di sera ora americana (2 di notte ora italiana). 
Nei suoi ultimi post di Truth, il presidente Trump aveva avvertito che se l’Iran non avesse accettato di scendere a patti, «un’intera civiltà»  sarebbe morta stanotte. Aveva poi aggiunto «Può succedere qualcosa di magnificamente rivoluzionario, chissà. Lo scopriremo stanotte, uno dei più importanti momenti nella lunga e complessa storia del mondo».

Il presidente ha annunciato la decisione di sospendere una nuova offensiva statunitense quando l’Iran ha accettato la condizione della riapertura immediata dello Stretto di Hormuz. Già nelle scorse settimane le operazioni statunitensi avevano colpito infrastrutture civili iraniane, andandosi a configurare, di fatto, come dei crimini di guerra ai sensi del diritto internazionale. La nuova offensiva avrebbe probabilmente proseguito in questa direzione, come lasciato intendere dal presidente nei suoi messaggi minacciosi. Non solo quelli di ieri: meno di una settimana fa, aveva affermato di voler distruggere tutti i ponti e le centrali elettriche dell’Iran, riportando il paese «all’età della pietra».

Tregua nella guerra in Iran: le trattative e il ruolo del governo Pakistano

Le minacce di Trump erano state accompagnate da un lavoro diplomatico per trovare una soluzione accettabile. Gli Stati Uniti avevano presentato un piano in 15 punti che prevedeva una rinuncia totale dell’Iran al nucleare e ai missili, mentre i mediatori arabi una proposta di cessate il fuoco temporanea. L’unica proposta che ha messo d’accordo le due parti, tuttavia, è stata quella del Pakistan, grazie soprattutto all’impegno del primo ministro Shahbaz Sharif e del generale Asim Munir. 

L’Iran ha proposto un programma di 10 punti che Trump ha definito come una “base di lavoro sulla quale trattare”. Secondo delle indiscrezioni, questo prevederebbe la fine permanente delle ostilità, garanzie di nessun futuro attacco da parte di Israele e Stati Uniti, la fine delle sanzioni contro l’Iran e i suoi alleati, il pieno controllo iraniano sullo Stretto di Hormuz e l’introduzione di pedaggi per il passaggio delle navi, con cui finanziare la ricostruzione del paese. Lo Stretto passerebbe dunque, a differenza di prima, sotto il pieno controllo dell’Iran. I 10 punti, secondo quanto riportato da Teheran, prevederebbero anche l’arricchimento dell’uranio e la prosecuzione del programma nucleare. 

Il governo pakistano ha invitato le parti a recarsi ad Islamabad per avviare i negoziati veri e propri a partire dal 10 aprile, e ha specificato che il cessate il fuoco dovrebbe riguardare anche il Libano. Tuttavia il governo israeliano non ha accettato quest’ultimo punto, e sta continuando gli attacchi nel sud del Paese. Durante la notte, inoltre, sia Israele che diversi paesi del Golfo hanno riportato di aver subito attacchi con droni e missili.

Intanto i mercati hanno già reagito positivamente al cessate il fuoco, e il prezzo del petrolio è sceso del 15%. A Teheran la cittadinanza festeggia per la notizia, mentre negli Stati Uniti il sostegno popolare alla guerra è piuttosto basso, con opinioni discordanti anche all’interno del Partito Repubblicano. Se la guerra dovesse davvero concludersi con la sopravvivenza del regime iraniano e il suo pieno controllo sullo Stretto di Hormuz, sarebbe molto difficile per il governo statunitense presentare questo esito come una vittoria, ma anche solo giustificare il senso di questa guerra e dei suoi costi ingenti in termini sia economici che umani.