Se ne discute (poco) da vent’anni, viene applicato ovunque tranne che in Italia e Grecia, stimolerebbe la crescita e lo sviluppo. È il reddito minimo garantito, una misura di sostegno alle fasce più deboli della popolazione, oggetto di una proposta di legge di iniziativa popolare.

Che fine ha fatto il reddito minimo garantito? La misura di integrazione al reddito e di contrasto della povertà è presente in praticamente tutti gli Stati europei, eppure non riesce a fare breccia nel discorso pubblico italiano.
Il tema era stato citato dal ministro al Welfare Elsa Fornero contestualmente alla discussione sulla riforma del lavoro ma, a giudicare dai fatti, sembra che la questione sia stata brandita strumentalmente per lenire le polemiche sulla legge stessa, piuttosto che per la reale volontà di applicare la misura.

Per accendere i riflettori sul reddito minimo garantito, in gioco c’è una proposta di legge  di iniziativa popolare, lanciata da una rete di movimenti e associazioni (e consultabile qui), che ha l’obiettivo di raccogliere le 50mila firme necessarie a far approdare il testo in Parlamento.
“Nei Paesi europei in cui è presente – spiega ai nostri microfoni Maria Chiara Patuelli, coordinatrice del Forum Welfare di Sel Bologna – la misura stimola la crescita e lo sviluppo”.

Il reddito minimo garantito ha una storia che vale la pena raccontare. Partiamo da un dato: l’Italia e la Grecia sono gli unici Paesi dell’Europa a 27, compresi cioè gli Stati dell’Est, a non avere una forma di sostegno al reddito e di contrasto alla povertà. Non è una coincidenza, forse, che si tratti di due Paesi Piigs, ovvero tra i più esposti alla crisi economica attuale.
Eppure a chiedere l’introduzione del reddito minimo garantito anche nella nostra nazione è stata l’Europa stessa. L’Italia è andata vicina all’applicazione del provvedimento con una legge del 2000. Furono fatte anche delle sperimentazioni, ma il governo Berlusconi vanificò tutto.

Nel nostro Paese la spesa sociale è sbilanciata in favore delle pensioni, le quali assorbono il 60% delle risorse messe a disposizione e, per come sono ripartite e calcolate, perpetrano  le diseguaglianze in una sorta di determinismo sociale che non ammette vie d’uscita.
Se a questo aggiungiamo la mancanza di misure strutturali di contrasto alla povertà, la frammentazione e la discrezionalità dei servizi sociali territoriali, l’inaccessibilità da parte del settore più giovane della popolazione agli ammortizzatori sociali (pensati anacronisticamente solo per chi non ha contratti precari) e il debolissimo sostegno alle famiglie, esce un quadro del Welfare italiano che definire inefficace è eufemistico.

Come se non bastasse, le politiche di austerity degli ultimi tempi, come la riforma degli ammortizzatori sociali, l’azzeramento del fondo per le politiche sociali e, su base locale, la tendenza a delegare agli enti caritatevi la risposta ai bisogni primari dei cittadini, in un’ottica di sussidiarietà che puzza di privatizzazione, sembrano andare in direzione opposta rispetto al reddito minimo garantito.
Una scelta miope, secondo Patuelli, che sottolinea proprio come le economie forti di Germania e Francia siano quelle che hanno forme di tutela più robuste per il reddito dei cittadini.
“È una questione di volontà politica – sostiene l’esponente di Sel – e non si può ogni volta stroncare la discussione dicendo che non ci sono le risorse. Se il tema è una priorità politica le risorse si possono reperire”.

Il dibattito nel nostro Paese sembra invece prediligere la superficialità e le etichette, come “choosy” o “bamboccioni“, cui sono state fatte oggetto le giovani generazioni. Non si dice mai, ad esempio, che se i giovani di altri Paesi riescono ad emanciparsi dalla famiglia prima dei coetanei italiani o se fanno più figli, ciò avviene perché il welfare dello Stato di cui sono cittadini li sostiene concretamente.

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