Il nuovo rapporto di Reporters Sans Frontières, pubblicato oggi, lancia un allarme drammatico: il numero dei giornalisti uccisi è tornato a crescere, spinto dalle pratiche criminali di eserciti regolari e gruppi paramilitari, oltre che dalle reti della criminalità organizzata. Dei 67 professionisti dei media che hanno perso la vita nell’ultimo anno, almeno 53 sono vittime dirette di guerre o attività criminali.
Giornalisti uccisi: il rapporto annuale di Reporters Sans Frontières
Quasi la metà dei giornalisti uccisi negli ultimi dodici mesi è stata colpita nella Striscia di Gaza dalle forze armate israeliane. In Ucraina, il rischio resta altissimo: l’esercito russo continua a prendere di mira sia reporter locali sia inviati stranieri. Anche il Sudan si è trasformato in uno dei fronti più letali per chi svolge il lavoro di cronista.
Fuori dalle zone di guerra, il quadro non è meno allarmante. In Messico, i gruppi criminali sono all’origine dell’impennata di omicidi di giornalisti registrata nel 2025, l’anno più sanguinoso almeno degli ultimi tre. Con nove reporter assassinati, il paese si conferma il secondo più pericoloso al mondo per la stampa. Una tendenza che si sta diffondendo nell’intera America Latina, ormai sempre più “messicanizzata”, e che da sola rappresenta quasi un quarto degli omicidi di giornalisti a livello globale.
Il rapporto sottolinea come i giornalisti siano maggiormente esposti al rischio all’interno dei propri confini nazionali. Solo due reporter stranieri sono stati uccisi quest’anno: il fotoreporter francese Antoni Lallican, colpito da un drone russo in Ucraina, e il salvadoregno Javier Hércules, assassinato in Honduras, dove viveva da oltre dieci anni. Tutti gli altri giornalisti uccisi operavano nel proprio paese.
A questa strage si aggiunge il numero crescente di professionisti privati della libertà. Attualmente sono 503 i giornalisti detenuti nel mondo. La Cina resta la più grande prigione per operatori dell’informazione, con 121 detenuti. La Russia, con 48 giornalisti imprigionati – tra cui 26 ucraini – sale al secondo posto e risulta oggi il paese che detiene il maggior numero di reporter stranieri. Segue il Myanmar, con 47 giornalisti in carcere.
La situazione in Siria rimane drammatica anche dopo la caduta del regime di Bashar al-Assad. Molti dei cronisti arrestati o sequestrati durante la sua dittatura non sono ancora stati ritrovati. Il paese detiene così il triste primato del più alto numero di giornalisti scomparsi, pari a oltre un quarto del totale mondiale.
Nel commentare i dati, il direttore generale di Reporters Sans Frontières, Thibaut Bruttin, ha lanciato un monito severo. Secondo Bruttin, la crescente ostilità nei confronti della stampa non è un fenomeno astratto, ma una dinamica che si traduce direttamente in violenza e morte. Ha ricordato come le vittime non siano cadute per caso né come danni collaterali, ma siano state prese di mira per il loro lavoro. La critica ai media, ha sottolineato, è legittima e può rappresentare uno stimolo positivo al miglioramento, ma non deve mai trasformarsi in odio verso i giornalisti, spesso alimentato in modo deliberato da eserciti e organizzazioni criminali.
Bruttin ha denunciato inoltre l’impunità diffusa e il fallimento delle organizzazioni internazionali nel garantire la protezione dei reporter nei conflitti armati, un crollo che rispecchia la mancanza di coraggio dei governi nel mettere in atto politiche efficaci. Ha ricordato che i giornalisti, testimoni chiave della storia, sono diventati col tempo vittime scomode, merce di scambio, pedine nelle trattative diplomatiche, uomini e donne da eliminare. E ha concluso con parole durissime: nessuno dà la vita per il giornalismo, perché è il giornalismo a togliergliela; i giornalisti non muoiono semplicemente, vengono uccisi.







