Il franco Cfa, agitato dal M5S come strumento neocoloniale della Francia, ha meccanismi che penalizzano gli Stati africani. Eppure non è l’unico fattore che provoca miseria e migrazioni, né la Francia è l’unico soggetto che attua politiche neocoloniali. Le interviste a Yvan Sagnet, Otto Bitjoka e Silvestro Montanaro.

Il franco Cfa è la moneta comune delle 14 ex colonie francesi in Africa. Negli ultimi giorni è tornato alla ribalta in seguito alle dichiarazioni del ministro Luigi Di Maio e del suo collega di partito Alessandro Di Battista, che lo considerano causa del fenomeno migratorio contemporaneo.
“La questione del Franco Cfa è una questione che data oltre 60 anni”, osserva ai nostri microfoni Otto Bitjoka, fondatore dell’Ucai, l’Unione delle Comunità Africane in Italia.

Una questione che per, Yvan Sagnet, membro dell’associazione NoCap, “È un problema perché non dà margine alle economie africane di aggiustare la moneta in base all’andamento dell’economia durante l’anno, dal momento che è una moneta che ha un cambio fisso con l’euro“. Al contrario, le economie africane sono molto flessibili e l’assenza di un margine di aggiustamento, l’impossibilità di una politica monetaria da parte degli Stati che la utilizzano, finisce inevitabilmente per penalizzarli.

Il franco Cfa, inoltre, “non viene stampato in Africa – continua Sagnet – non viene stampata nelle banche centrali africane, ma a Clermont-Ferrand, Lyon, in Francia, cioè dalla Banca centrale francese”.
Detta in altri termini, con le parole del documentarista e giornalista Silvestro Montanaro, esperto del continente africano, “è una moneta imperiale, imposta in tempo coloniale” chiudendo ad ogni possibile riconsiderazione sulla sua utilità.

Oltre alla rigidità e all’imposizione della moneta, che oggi almeno formalmente potrebbe essere abbandonata, c’è un’altra questione.
Gli stati africani che fanno parte di questo sistema monetario devono depositare il 65% delle loro valute estere alla Banca centrale francese, come garanzia – sottolinea l’esponente di NoCap – Quindi alle economie africane vanno soltanto il 35% delle loro valute. E questo è inaccettabile”. La domanda dunque sorge spontanea: “Perchè gli Stati africani devono lasciare il 65%?”. La risposta francese consiste nell’affermare che: “è una sorta di garanzia per sostenere la parità tra il franco Cfa e l’euro – insiste Sagnet – Però è un ragionamento che non tiene, perché così penalizza le economie africane. Non è che se io, Paese africano, esporto per 100 euro e vengo pagato in euro, 65 rimangono alla Francia e solo 35 vanno all’Africa”.

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Anche Bitjoka ritiene la gestione della moneta ingiusta: “Il franco Cfa non produce sviluppo, anzi è un deceleratore dello sviluppo, non consente di accumulare capitale locale per poi fare gli investimenti”. Il fondatore di Ucai rincara la dose, spiegando che “nei consigli di amministrazione delle principali banche africane, la Bea e la Bceao, siedono dei rappresentanti francesi, che hanno potere di veto”, impedendo di fatto politiche svantaggiose agli antichi padroni.

“Non esiste alcuna politica monetaria, tutto è concentrato per contenere l’inflazione, ma non si produce sviluppo, dal momento che agli Stati africani non è consentito trasformare le materie prime – continua Bitjoka – al punto che anche le infrastrutture sono realizzate da imprese francesi”, per effetto di accordi sottoscritti al tempo della decolonizzazione.
“La Francia ha la priorità sulla gestione delle materie prime – conferma Montanaro – Se uno va nelle ex colonie francesi, trova che tutti i settori che contano nell’economia sono nelle mani francesi”.

Ma allora perché gli Stati africani non escono dal franco Cfa? “Tutti coloro che hanno parlato di queste cose hanno fatto una brutta fine – osserva Bitjoka – Prima Lumumba, che è stato ammazzato; poi Olympio del Togo che è stato ammazzato. Se la Francia dice che i Paesi sono liberi di uscirne, perché non escono? Se pensano che non siamo responsabili, perché non abbandonano loro? In realtà chiunque prova ad uscire viene rovesciato attraverso un golpe”.
Per chiarire cita il caso del Niger: “Il Paese produce uranio, i francesi prendono l’uranio del Niger perché il nucleare francese si basa sull’acquisto ad un prezzo fissato 60 anni fa”.

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Il franco Cfa, però, non è l’unico problema africano, né l’unica misura coloniale, che porta molti cittadini africani ad emigrare. “Sarebbe semplicistico pensarlo – osserva Sagnet – dal momento che soltanto il 10% dei migranti proviene da Paesi che utilizzano quella moneta”.
Ci sono invece anche altri fattori, come la questione del debito, per la quale molti paesi africani “sono stati messi da anni, dal Fondo Monetario Internazionale, in un programma di aggiustamento strutturale, una sorta di austerity, che non consente agli africani di fare programmazione sulla loro economia e, così, difficilmente fanno investimenti”.
Altri fattori sono l’eccedenza commerciale dell’Europa, specie dell’Italia, lo sfruttamento delle risorse e dei terreni africani, attraverso il land grabbing, e i conflitti in cui l’Occidente ha responsabilità.

“Io trovo che la polemica messa in piedi in questi giorni da Di Battista e Di Maio sia appena appena ridicola – afferma Montanaro – Hanno scoperto l’uovo di Colombo, cioè hanno scoperto che in Africa c’è il colonialismo e puntano il dito unicamente contro la Francia, responsabile di tutti i mali africani, dimenticando che in Africa a fare il bello e cattivo tempo, a mantenere in piedi un meccanismo di rapina delle risorse di queste popolazioni, ci sono praticamente tutti i grandi della Terra, Italia compresa“.

In questi giorni, ricorda il giornalista, è in svolgimento un processo in Italia che vede sul banco degli imputati Eni per una tangente di 1 miliardo e 200 milioni di dollari fatta in Nigeria.
“Con quei soldi avrebbero avrebbero potuto costuire scuole – continua Montanaro – Trovo esilarante e vomitevole che si permettano di parlare di Africa quelli che in questi mesi hanno condannato centinaia, migliaia di persone alla morte in mare oppure alla detenzione in quell’orrore che finanziamo con i nostri soldi che sono i lager in libia”.

Al contrario, per garantire un vero sviluppo del continente africano “c’è bisogno di tracciabilità di materie prime, porre un argine al trasferimento di capitali dall’Africa, rendere tracciabili i versamenti che vengono fatti verso l’Africa in modo da interrompere i meccanismi della corruzione – conclude il giornalista – Aspetto che qualcuno dica ad alta voce che l’Africa non potrà mai svilupparsi se non si interrompe questo sistema criminale, che non lascia trasformare al continente per eccellenza delle materie prime, le sue stesse materie prime”.

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Elias Deliolanes

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