Ieri al Tribunale di Imperia l’udienza del processo per il decesso di Bohli Kaies, giovane tunisino morto dopo l’arresto e il trattenimento in caserma. L’autopsia indicò la causa: stress celebrale dovuto ad una compressione violenta della cassa toracica. Un carabiniere venne trasferito in seguito a minacce. Acad e il centro sociale La talpa e l’orologio hanno sollevato il caso, ignorato dai media nazionali.

L’accusa di omicidio per due carabinieri dopo l’arresto di Bohli Kaies

Si è aperta ieri, ma è stata subito rinviata a febbraio la terza udienza del processo che vede coinvolti due carabinieri con l’accusa di omicidio nei confronti di un uomo di 36 anni deceduto per asfissia a seguito di un fermo. L’uomo, Bohli Kaies, di origine tunisina, nel 2015 aveva tentato di sfuggire all’arresto da parte degli agenti presso Riva Ligure, in provincia di Imperia. In seguito alla colluttazione era stato portato in caserma, dalla quale però era uscito in barella verso l’ospedale, luogo dove se ne constatò il decesso.

Questa vicenda ha portato la Procura ad investigare sull’operato delle forze dell’ordine, rinviando infine a giudizio i due carabinieri responsabili del fermo.
L’autopsia constatò che la morte fu dovuta ad uno stress cerebrale, causato da una violenta compressione della cassa toracica.
Sempre secondo i resoconti dei quotidiani locali che si sono occupati del caso, un altro carabiniere in servizio nella medesima caserma fu trasferito in seguito ad alcune minacce ricevute, in particolare perché avrebbe avuto prove di un presunto pestaggio del giovane.

Su questa vicenda abbiamo sentito Francesco, attivista presso il centro sociale occupato La talpa e l’orologio di Imperia, che insieme all’Arci e ad Acad (Associazione contro gli abusi in divisa), ha sollevato il caso. “Oarliamo purtroppo dell’ennesimo caso in cui si entra in un commissariato vivi e si esce che non lo si è più”, osserva Francesco ai nostri microfoni.

Gli attivisti che si sono dati da fare nel tentativo di dare risalto al caso e hanno cercato di sensibilizzare l’opinione pubblica ed i quotidiani, nei quali invece sino ad ora ha avuto una semplice diffusione locale.
A pesare ancora di più nella vicenda è lo stigma e la mancanza di interesse nei confronti di casi come questi, che vedono coinvolte persone straniere o con precedenti penali. “Quello che lascia perplessi nella società attuale è che se tu hai una fedina penale non limpida, la tua vita non vale – denuncia l’attivista – Se si appartiene o no ad una determinata categoria, anche i livelli di immunità e di possibilità di trovare una giustizia non sono uguali”.

Elias Deliolanes

ASCOLTA L’INTERVISTA A FRANCESCO:

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