Due testate, due approcci opposti per reagire alla crisi dei giornali. La Stampa annuncia di mettere in licenza Creative Commons i suoi articoli, mentre Corriere.it diventerà parzialmente a pagamento. Quale scelta risulterà vincente? Lo abbiamo chiesto all’esperto Pier Luca Santoro.

Nei giorni scorsi abbiamo assistito ad alcuni annunci interessanti nel panorama editoriale italiano. La crisi dei giornali tradizionali è nota e si protrae da molto tempo, al punto che molte testate, comprese le più autorevoli, cercano strategie nuove per frenare l’emoraggia e riposizionarsi nel mercato, garantendosi la sopravvivenza.
In particolare, abbiamo registrato due annunci che rispondono ad altrettanti approcci di segno diametralmente opposto, da parte de La Stampa e del Corriere della Sera.

Il quotidiano torinese ha fatto sapere che i propri articoli sono resi disponibili in licenza Creative Commons, la gestione dei diritti d’autore alternativa alla rigida proprietà intellettuale.
Certo, la licenza con cui si possono condividere – la NCND – è la più restrittiva, ma rappresenta comunque il primo caso di grande testata nazionale che favorisce la circolazione del proprio sapere senza puntare solamente all’aspetto economico.
Si potrà quindi attingere e riprodurre il contenuto degli articoli purché venga citata la fonte, non venga utilizzato a fini commerciali e purché non si realizzino opere derivate.

Scelta opposta quella operata dal Corriere della Sera, che ha deciso di far pagare anche i lettori della versione digitale. Un parte degli articoli pubblicati sul sito Corriere.it, dunque, saranno consultabili a pagamento, secondo la modalità che, secondo gli addetti ai lavori, viene considerata di “paywall“.
La scelta è stata motivata dalla dirigenza con la necessità di ricompensare la qualità dell’offerta della testata e dei suoi giornalisti.

Quale approccio si rivelerà vincente? Lo abbiamo chiesto a Pier Luca Santoro, esperto di marketing, comunicazione & sales intelligence, project manager di DataMediaHub , che innanzitutto corregge il tiro rispetto alle notizie circolate sui fatti sopracitati.
“Quello de La Stampa è un primo segnale positivo di apertura – afferma Santoro – ma abbastanza limitato e assimilabile alle modifiche del 2008 all’articolo 70 sulla legge del diritto d’autore”. In particolare, la parte ND della licenza, quella che impedisce di incorporare i contenuti in articoli propri o in opere derivate, rappresenta ancora un grosso limite.

“Certo – spiega Santoro – è comunque meglio del furto operato da Repubblica e Corriere, che prendono i video di Crozza sui quali appongono il loro marchio con la scritta ‘riproduzione riservata’, ma comunque la mossa de La Stampa, al momento, va presa come un gesto di buona volontà”.

Quanto all’operazione annunciata dal Corriere, per l’esperto occorre innanzitutto chiarire un equivoco: “In molti l’hanno definita come una mossa di ‘paywall’, ma in realtà non è così. Se Corriere.it diventasse a pagamento, specie in un mercato come quello italiano dove i concorrenti rimangono gratuiti, il Corriere si farebbe molto male”. Nel documento della testata, che non tutti evidentemente hanno letto, però, si spiega che in realtà il modello è quello della membership.

“È un sistema – osserva il project manager di DataMediaHub – che propone sia contenuti a pagamento, ma anche una serie di benefit materiali e immateriali che servono a creare un pacchetto attrattivo per le persone“.
Quella del Corriere, dunque, per Santoro potrebbe rivelarsi una buona mossa, purché venga data sufficiente attenzione anche alla risposta non pecuniaria dei bisogni dei lettori.