La Germania discute di lavoro, con un’economia che rallenta e che la corsa al riarmo non ha sostanzialmente rilanciato, la grossa crisi del settore automotive e una spina nel fianco nuova per l’occupazione: l’intelligenza artificiale.
Al centro del dibattito tedesco c’è la proposta del cancelliere Friedrich Merz di superare il tetto delle 8 ore giornaliere, uno dei pilastri dell’organizzazione del lavoro tedesca. L’obiettivo dichiarato è rilanciare la produttività in un’economia che fatica a crescere e fare i conti con un tasso di assenze per malattia tra i più alti dell’area Ocse.
Il dibattito in Germania sulle otto ore di lavoro
Il governo guidato dalla Christlich Demokratische Union Deutschlands ha messo nero su bianco una riforma che punta a sostituire il limite quotidiano con una maggiore elasticità, mantenendo però il massimo di 48 ore settimanali previsto dalle norme europee. In concreto, si potrebbe lavorare 12 ore in un giorno e 4 in quello successivo, modulando i turni in base ai picchi produttivi o alle esigenze personali. Il settore turistico ha già ottenuto una prima approvazione, ma l’intenzione è estendere il modello.
«Il governo ha detto che i tedeschi devono lavorare di più – racconta ai nostri microfoni il giornalista Alessandro Ricci – Il problema di fondo è una carenza di manodopera nel Paese».
La mossa nasce in un contesto economico complesso. Le stime di crescita sono state riviste al ribasso e l’invecchiamento della popolazione riduce la forza lavoro disponibile. I pensionamenti dei baby boomer restringono il bacino di manodopera proprio mentre Berlino deve difendere la propria competitività in uno scenario globale segnato da tensioni commerciali con Stati Uniti e Cina. «Dobbiamo lavorare in modo più efficiente», ha sostenuto Merz, indicando tra i freni all’output l’eccesso di part-time e le assenze per malattia.
«Il part-time in Germania è un vero e proprio stile di vita e riguarda un terzo della popolazione lavorativa, soprattutto le donne – osserva Ricci – e il governo vorrebbe limitarlo proprio per avere a disposizione più manodopera».
Secondo le stime citate dal governo, i giorni di malattia costerebbero circa 80 miliardi di euro l’anno in termini di mancata produzione. Il cancelliere ha definito “inaccettabile” il livello di assenteismo, collegandolo anche alla possibilità – introdotta nel 2022 – di ottenere la Krankenschein, il certificato medico, per telefono senza visita in presenza. Un sistema che, a suo giudizio, avrebbe reso troppo semplice giustificare l’assenza.
Sul fronte delle assenze, le principali casse malati registrano medie comprese tra 19 e 20 giorni annui per assicurato, con un aumento rispetto al periodo pre-pandemico.
I numeri alimentano il confronto. L’Institut für Arbeitsmarkt- und Berufsforschung (Iab) di Norimberga stima che nel 2024 ogni occupato abbia lavorato in media 1.332 ore annue, 3,5 in meno rispetto all’anno precedente.
Sindacati e fondazioni vicine al mondo del lavoro, come la Hans-Böckler, contestano però la lettura governativa. Le assenze lunghe – oltre sei settimane – rappresentano una quota ridotta dei certificati ma pesano per quasi la metà delle giornate complessive, e sono spesso legate a patologie croniche o a disturbi psichici in crescita. L’età media più elevata della forza lavoro tedesca contribuisce a spiegare il fenomeno, così come una maggiore attenzione, dopo il Covid-19, a non recarsi in ufficio con sintomi influenzali.
Le associazioni dei medici di famiglia respingono l’idea di un’ondata di “falsi malati”. I controlli esistono e, sostengono, i certificati telefonici non avrebbero determinato un aumento artificiale delle richieste. Anzi, sottolineano come la gestione della salute nei luoghi di lavoro incida direttamente sui tassi di assenza: aziende attente al benessere dei dipendenti registrano meno malattie.
La riforma, dunque, si muove su un crinale sottile. Da un lato le imprese chiedono più flessibilità per reagire alla stagnazione, dall’altro i sindacati temono carichi eccessivi, stress e difficoltà di conciliazione vita-lavoro, soprattutto per le donne. Il governo assicura che resterà intatto l’obbligo di undici ore di riposo tra un turno e l’altro, ma il superamento del limite simbolico delle otto ore tocca un nervo scoperto della cultura sociale tedesca.
La partita è politica oltre che economica. Per Merz, dimostrare che la Germania può tornare a crescere senza aumentare il numero di lavoratori è una sfida cruciale. Per i critici, il rischio è che la risposta alla crisi si traduca in una redistribuzione dei costi sui dipendenti. In un Paese che ha costruito la propria reputazione sull’efficienza e sulla tutela sociale, il dibattito sulle ore di lavoro diventa così lo specchio di un modello chiamato a ridefinirsi.
ASCOLTA L’INTERVISTA AD ALESSANDRO RICCI:







