Banche del tempo per l’accudimento dei figli, casse comuni per garantire un pasto a tutti e rapporti anche con gli anziani soli del vicinato. Lo sgombero dell’Ex Telecom ha minato una comunità solidale che si era formata e che ha molta dignità e umanità da insegnare. Ma la comunità non si è dissipata…

“Le trattative sono andate per le lunghe perché gli occupanti volevano spostarsi in un’altra struttura tutti insieme, perché là dentro si era creata una comunità“. È con queste parole che Amelia Frascaroli, all’indomani dello sgombero dell’Ex Telecom, ha raccontato quanto accadeva in quelle drammatiche ore.
Non solo: Frascaroli ha ammesso e ribadito che, durante i suoi sopralluoghi nelle diverse occupazioni cittadine, ha verificato personalmente una rete di solidarietà e di mutuo aiuto, che il Comune cerca di incentivare coi progetti di cittadinanza attiva in città, ma che difficilmente nascono spontaneamente in altri contesti.

Dalle casse comuni in cui chi ha un lavoro, seppur misero, versa quello che può in favore di chi un lavoro non ce l’ha, a gruppi organizzati per le pulizie, da banche del tempo per l’accudimento dei figli ad iniziative che puntano a coinvolgere anche agli esterni: nel microcosmo dell’occupazione si respira un’aria di umanità e di dignità che sembra smarrita appena fuori quelle mura, in un ordinamento sociale che porta alla frammentazione a all’isolamento egoistico ed individualistico.

A raccontare ai nostri microfoni le caratteristiche della comunità dell’Ex Telecom è Fulvio di Social Log. “Là si era creata una realtà di benessere e serenità, che aveva aumentato la qualità della vita. Tutti potevano mangiare ogni giorno, grazie a meccanismi di mutuo soccorso ed aiuto. C’erano banche del tempo per l’accudimento dei bambini, in modo da consentire alle mamme di trovarsi un lavoretto; l’idraulico metteva a disposizione il suo tempo per risolvere problemi a chi non aveva le competenze e veniva ricompensato in altro modo”.

La solidarietà, però, non si registrava solo all’interno delle mura dell’edificio fra le famiglie presenti, ma investiva anche il circondario. “C’erano anziani soli che avevano trovato nuovi nipotini con cui trascorrere il pomeriggio – racconta Fulvio – e li abbiamo visti in lacrime martedì, durante lo sgombero, perché avevano perso questa grande cosa”.
Anche l’economia era solidale: ogni sera alcuni produttori portavano quintali di frutta e di verdura che veniva consumata sia dalle famiglie occupanti, ma anche da persone indigenti che vivevano altrove.

Dopo lo sgombero, che l’attivista di Social Log definisce “uno stupro e una violenza”, la comunità, però, non si è dispersa.
“In questi giorni stiamo svolgendo diverse assemblee e le famiglie, nonostante le difficoltà, cercano di rimanere in contatto”. Fin quando – e Fulvio lascia intendere che succederà – non potranno tornare insieme.