La disoccupazione in Emilia Romagna è al 9%, la produzione cala da sette semestri consecutivi e la burocrazia affossa le imprese. Unindustria è preoccupata dell’andamento dell’economia regionale e pensa al rilancio grazie al turismo.

I dati sull’economia regionale: non c’è crescita

“Il mondo cresce e l’Italia no”. È lapidario Carlo Alberto Roncarati, presidente di Unindustria, nel presentare i dati sull’andamento dell’economia in Emilia Romagna. Prima di parlare di cosa succede in regione, però, Roncarati focalizza la situazione internazionale, con la Cina che cresce del 7.8%, gli Usa dell’1.7%, il Brasile del 2.5%, mentre l’Italia registra un -1.8%.
I problemi nazionali, che si riverberano anche in Emilia Romagna, sono causati da una scarsità di consumo interno, mentre l’export è in aumento, seppur flebile.

Viste come vanno le cose, l’esportazione diventa per gli industriali una possibile via per la crescita, specialmente del manifatturiero, così radicato in Emilia, che eccelle nei campi della moda, degli alimentari e delle macchine utensili, anche se per sette semestri consecutivi si è registrato un calo della produzione. I Paesi più ricettivi per queste esportazioni sono i membri dell’Ue, in modo massiccio il Regno Unito, e a seguire l’America e l’Asia.

Il presidente di Unioncamere insiste che con queste si debbano intensificare le relazioni commerciali in modo capillare ed è fedele testimonianza di ciò che le aziende più grandi, ossia quelle che dispongono di maggior capitale, mezzi distributivi e, più importanti ancora, comunicativi, subiscano la recessione dei fatturati in modo minore rispetto alle aziende con meno di 10 dipendenti (un calo del -2.0% contro il -4.2%).

Gli industriali, dunque, esprimono preoccupazione per il prolungarsi delle congiunture negative, alimentate anche dalla burocrazia, che di certo non aiuta ad aumentare la produttività.
Infine individuano nel turismo una possibile via d’uscita, ma anche in questo caso occorrono investimenti e innovazione.

Lorenzo Bedussi

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