L‘ondata di calore che sta attanagliando l’Europa, oltre a mietere vittime, riporta in evidenza come la crisi climatica non abbia lo stesso impatto su tutte le persone. Centrale appare sempre più il tema delle disuguaglianze climatiche, dove il gap di partenza in termini economici e geografici si ripercuote sulle possibilità di difendersi dai fenomeni climatici estremi, come il caldo anomalo.
Il tema non riguarda solo la sfera privata e domestica delle persone, ma investe anche il lavoro. La precarietà e l’esposizione sono due elementi che, di fronte alle temperature estreme, incidono fortemente sulla salute di lavoratrici e lavoratori.
Ondate di calore: chi paga di più la crisi climatica
In assenza di una normativa nazionale, nelle settimane scorse alcune Regioni hanno adottato delibere e ordinanze che vietano alle categorie più esposte di lavorare nelle ore più calde. Provvedimenti che, in alcuni casi, hanno sollevato lamentele da parte del padronato, ma che spesso e volentieri non vengono rispettate.
Tra le categorie più esposte c’è quella dei riders. In molte città i ciclofattorini continuano a lavorare nonostante l’afa asfissiante, cercando di aggirare le ordinanze perché altrimenti perderebbero prezioso reddito per la propria sussistenza. E non poteva essere diversamente per una categoria che, fatte salve pochissime e isolate eccezioni, si trova ancora privata di qualsiasi reale protezione sociale.
In tempi di crisi climatica, quindi, appare sempre più evidente come l’attuale impianto normativo imponga di fatto un ricatto inaccettabile: la scelta tra il caldo e la fame, tra la tutela della salute e la garanzia del pane quotidiano. Una scelta drammatica che nessuno, in una società civile, dovrebbe mai essere costretto a compiere.
Le storture del capitalismo, infatti, non colpiscono soltanto di rider. Il problema è strutturale e investe l’intero mercato del lavoro frammentato. Sono moltissimi, infatti, i lavoratori e le lavoratrici che ogni estate si trovano a dover mettere a repentaglio la propria incolumità fisica per portare a casa lo stipendio.
Su questo tema si concentrano le riflessioni del sociologo Marco Marrone, autore del libro “Rights Against the Machine”, che già su Jacobin Italia era intervenuto individuando la necessità di un welfare climatico. Di fronte a eventi atmosferici sempre più estremi, con ondate di calore che non sono più eccezioni stagionali ma fenomeni lunghi, intensi e strutturali, il modello di protezione sociale ereditato dal secolo scorso mostra tutti i suoi limiti fisici e politici.
Il nostro welfare state è stato infatti pensato e strutturato in ben altra epoca sociale, economica ed ecologica. Era l’era del lavoro stabile, della grande fabbrica e di un clima relativamente prevedibile. Oggi quella cornice non basta più. Serve ripensare l’architettura dei diritti daccapo, adeguandola non solo alle sfide sociali del nostro tempo – frammentazione, algoritmi, precarietà – ma anche e soprattutto alle sfide ecologiche.
Un nuovo welfare: la proposta di un reddito di solidarietà climatica
Marrone sostiene l’idea di un reddito di solidarietà climatica, che punti a scardinare il ricatto tra salute e salario. Per il sociologo, va immaginato come un primo, fondamentale tassello per ricostruire la tutela del lavoro al tempo della crisi ambientale. Una tutela che deve possedere tre caratteristiche imprescindibili: deve essere universale, automatica e slegata dalle vecchie gabbie contrattuali.
La misura deve potersi attivare immediatamente durante i picchi e i fenomeni climatici estremi. La sua forza deve risiedere nell’universalità: deve coprire non solo chi già beneficia di contratti di lavoro stabili e relazioni sindacali strutturate (i quali spesso possono già accedere a strumenti come la cassa integrazione ordinaria per eventi meteo), ma deve estendersi a tutti i lavoratori e le lavoratrici, a prescindere dalla loro formale classificazione contrattuale, inclusi i lavoratori autonomi, i gig worker e i precari puri.
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