L’Europa è morsa da un’ondata di calore senza precedenti, che ha spinto l’Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms) a dichiarare apertamente l’emergenza sanitaria“. La morsa dell’anticiclone sta colpendo duramente diverse nazioni, con temperature record e gravi ripercussioni sulla popolazione e sulle infrastrutture.
La Francia ieri ha segnato la giornata più calda mai registrata dal 1947. L’indicatore termico nazionale ha abbattuto i precedenti primati del 2003 e del 2019 e il termometro ha toccato spesso i 40°. Il bilancio umano è tragico: si registrano 40 morti per annegamento dall’inizio dello scorso weekend, vittime collegate alla ricerca di refrigerio. Per fronteggiare la situazione, la Tour Eiffel e il Louvre hanno deciso di anticipare l’orario di chiusura.

In Italia la situazione è altrettanto critica, con pesanti disagi infrastrutturali, tra cui blackout registrati a Torino e Milano. Sono ben 15 le città attualmente da “bollino rosso” (Ancona, Bologna, Bolzano, Brescia, Firenze, Frosinone, Milano, Perugia, Pescara, Rieti, Roma, Torino, Venezia, Verona e Viterbo), destinate a salire a 16 nella giornata di oggi 24 giugno con l’ingresso di Latina.
La Spagna sta affrontando il suo terzo giorno consecutivo di allerta. In Germania, la soglia di allarme è fissata per venerdì 26 giugno, quando il Paese potrebbe battere il proprio record storico per il mese di giugno, raggiungendo picchi di 40 °C.

In Francia si è aperto un dibattito pubblico sulla terribile ondata di calore che ha colpito il Paese. In particolare, il quotidiano Libération, attraverso Lauren Provost, ha evidenziato la necessità di “politicizzare la canicola”. Il senso dell’appallo è evidenziare come il caldo estremo non vada più considerato come una fatalità naturale, ma come una diretta conseguenza di scelte politiche, modelli economici e disuguaglianze. E che le istituzioni pubbliche non possano limitarsi a dare consigli e raccomandazioni, come bere molto o non uscire di casa, ma debbano praticare politiche di mitigazione e investire risorse per tutelare le fasce più deboli.

ASCOLTA L’APPELLO DI LAUREN PROVOST:

Ondate di calore, un’emergenza sanitaria

L’eccezionale ondata di calore dell’estate del 2003 causò la morte di oltre 70.000 persone in tutta Europa. In Italia si stima che il caldo estremo abbia provocato circa 18.000 decessi aggiuntivi, mentre la Francia registrò oltre 15.000 vittime nelle prime settimane di agosto.
«Il calore è un’emergenza sanitaria con un alta mortalità», sottolinea l’Oms, secondo i cui dati la mortalità legata al calore tra over 65 è aumentata dell’85% in 20 anni. Solo negli ultimi 4 anni, il caldo ha causato inoltre 200.000 decessi in Europa, mentre la mortalità generale correlata al caldo è aumentata del 30%.

Le ondate di calore mettono a dura prova la capacità del corpo umano di regolare la propria temperatura, rendendo alcune categorie più vulnerabili di altre. Le fasce della popolazione più a rischio comprendono anziani e bambini, persone con patologie croniche, donne in gravidanza, lavoratori all’aperto e persone con limitata autonomia o disabilità.

Disuguaglianze climatiche, vedere per credere: il progetto di fotografia termica

Nonostante le manifestazioni sempre più frequenti della crisi climatica, persistono fenomeni di negazionismo o di minimizzazione dei fenomeni. I dati e i rapporti sull’aggravamento del problema e sull’aumento dei fenomeni estremi sembrano non fare presa su una fetta di popolazione.
In questo scenario la fotografia può essere un efficace strumento di comunicazione, per mostrare a livello visivo ciò di cui si sta parlando. È questa una delle considerazioni alla base del progetto del fotografo Michele Lapini, che sta ritraendo con una fotocamera termica gli interni di diverse abitazioni o luoghi di lavoro.

La fotografia termica ha la peculiarità di mostrare colori diversi a seconda delle temperature registrate nel campo visivo ripreso dall’inquadratura.
«L’anno scorso ho fotografato lo spazio pubblico, mostrando la differenza tra luoghi ombreggiati o luoghi in cui gli alberi non c’erano o erano stati tolti – racconta Lapini – La differenza era abbastanza abissale, quindi incideva sulla qualità della vita delle persone. Quest’anno invece ho pensato di lavorare più sull’interno e sul fatto che la crisi climatica non colpisce tutti e tutte allo stesso modo».
Mostrando le case o i luoghi di lavoro climatizzati e quelli che non lo sono, spesso per l’impossibilità di sostenere le spese di sistemi di raffreddamento, il fotografo mostra le disuguaglianze climatiche di fronte a un fenomeno, come le ondate di calore, che in teoria colpisce tutti.

Lapini sottolinea che la linea delle disuguaglianze climatiche segue quella delle disuguaglianze sociali creata dal capitalismo.
Il principale criterio discriminante è la classe, cioè la disponibilità economica delle persone, ma c’è anche una linea geografica, che spesso è conseguente. Il fotografo sottolinea la differenza di temperatura che c’è tra zone della città di Bologna diverse, come i colli o la Bolognina. Il primo luogo, abitato dalla upper class, si presenta più fresco anche all’esterno, mentre il secondo, più popolare, registra temperature più alte.
Questi dati dovrebbero orientare le politiche delle amministrazioni pubbliche, ma non con interventi spot o che abbiano un orizzonte meramente elettorale. Per quanto rifugi climatici, aumento delle fontanelle e misure analoghe siano positive, servono anche misure sistemiche, come lo stop al consumo di suolo, la desigillazione e la forestazione.
E soprattutto, sottolinea Lapini, «bisogna agire sulle cause».

ASCOLTA L’INTERVISTA A MICHELE LAPINI:

La cooling poverty, l’indice delle disuguaglianze climatiche e il problema energetico

Il riscaldamento globale sta imponendo un ricorso sempre più massiccio ai sistemi di climatizzazione artificiale per garantire condizioni di vita tollerabili all’interno delle abitazioni. Se da un lato questa tecnologia rappresenta una risposta immediata ed efficace all’innalzamento delle temperature, dall’altro sta gettando le basi per una nuova forma di disuguaglianza socio-economica globale, definita dagli esperti come “cooling poverty”, ovvero la povertà da raffreddamento.
Questo scenario emerge con chiarezza dallo studio internazionale intitolato “The impact of air conditioning on residential electricity consumption across world countries”, pubblicato sul Journal of Environmental Economics and Management. La ricerca, condotta su scala globale, ha visto la collaborazione di esperti del settore tra cui Enrica De Cian e Giacomo Falchetta, attivi presso l’Università Ca’ Foscari e la Fondazione CMCC (Centro Euro-Mediterraneo sui Cambiamenti Climatici), insieme a Filippo Pavanello.

I dati raccolti mostrano che l’installazione di un condizionatore d’aria comporta un incremento medio del 36% sui consumi elettrici domestici a livello mondiale. Si tratta di una tendenza destinata a un’importante espansione, dato che la diffusione di questi apparecchi, che oggi si attesta al 28% su base globale, è proiettata a raggiungere una quota compresa tra il 41% e il 55% entro la metà del secolo. Tuttavia, questa crescita non avverrà in modo omogeneo, evidenziando un profondo divario geografico ed economico. Nei Paesi africani, per esempio, le stime per il 2050 indicano tassi di accesso confinati tra il 9% e il 15%, un valore ampiamente inferiore alla media globale.

Lo squilibrio si riflette in modo diretto sui bilanci delle famiglie. Mentre i nuclei familiari più abbienti dedicano al raffreddamento degli ambienti una quota marginale del proprio reddito, compresa tra lo 0,2% e il 2,5%, le fasce di popolazione più vulnerabili, concentrate specialmente nei contesti in via di sviluppo, si trovano a dover investire fino all’8% del proprio budget mensile. Come sottolineato dagli autori della ricerca, una fetta consistente delle famiglie che adotteranno l’aria condizionata nei mercati emergenti disporrà di redditi bassi e dovrà sostenere oneri finanziari sproporzionati per raggiungere un livello accettabile di comfort termico, aggravando lo spettro della precarietà energetica.

La ricerca, che ha preso in esame i dati di 25 nazioni rappresentative di quasi i due terzi della popolazione mondiale e di oltre il 70% dei consumi elettrici del pianeta, quantifica anche l’impatto macroeconomico e ambientale di questa transizione. Entro il 2050, la sola domanda del settore residenziale legata al raffrescamento richiederà tra i 976 e i 1393 terawattora all’anno, provocando un aumento delle emissioni di anidride carbonica stimato tra i 670 e i 956 milioni di tonnellate, un volume di emissioni paragonabile a quello attualmente generato da intere nazioni industrializzate come la Germania o l’Indonesia. Questo incremento della domanda metterà sotto forte pressione le infrastrutture energetiche nazionali. L’India rappresenta un caso emblematico, dove si renderà necessario un potenziamento della capacità di generazione elettrica compreso tra il 18% e il 29% per riuscire a gestire i picchi di consumo durante la stagione estiva.

Sul fronte delle soluzioni, lo studio individua una parziale via di mitigazione nell’integrazione delle energie rinnovabili, con particolare riferimento agli impianti fotovoltaici. Nelle aree caratterizzate da una maggiore produzione di energia solare, i consumi legati al raffreddamento registrano infatti una flessione media del 25%, offrendo una chiara indicazione per lo sviluppo delle future politiche di adattamento climatico. Gli esperti concordano sulla necessità di un approccio integrato che non si limiti alla semplice installazione di nuovi condizionatori, ma che promuova l’efficienza tecnologica, l’uso di fonti pulite e interventi strutturali mirati a tutelare le fasce di popolazione più esposte.

Queste complesse dinamiche socio-ambientali trovano un corrispettivo visivo nella mostra fotografica internazionale The Cooling Solution, curata anche attraverso il lavoro di documentazione sul campo di Gaia Squarci in aree critiche come l’hub tecnologico di Gurgaon, alla periferia di Delhi. L’esposizione, che ha già fatto tappa a Venezia, New York e Londra, raccoglie immagini e testimonianze dirette sui diversi modi in cui le comunità affrontano il caldo estremo in contesti eterogenei, dal Brasile all’Italia, evidenziando sia le difficoltà di chi vive senza sistemi di refrigerazione adeguati, sia i modelli di innovazione locale sviluppati per rispondere alla crisi climatica.