Da un lato un’imputazione derubricata, ma elementi che rivelano un depistaggio. Dall’altro l’iscrizione nel registro degli indagati di altri quattro agenti e risultanze che divergono dalle versioni fornite.
A Milano si torna a discutere dei casi di Ramy Elgalm e Abderrahim Mansouri, entrambi morti in seguito ad interventi delle forze dell’ordine. Dalle inchieste sui decessi emerge un quadro che sembra confermare lo spirito corporativo in polizia e carabinieri, fatto di omissioni, omertà e depistaggi.
Caso Ramy Elgalm, l‘audio sul testimone “brutalizzato” e i depistaggi
Il ragazzo di 19 anni Ramy Elgalm morì a Milano la notte del 24 novembre 2024, dopo una fuga dai carabinieri a bordo di uno scooter guidato da un amico Durante l’inseguimento, l’auto dei militari speronò il ciclomotore, che successivamente andò a schiantarsi provocando la morte del giovane.
La notizia di due giorni fa è che l’imputazione nei confronti del carabiniere che guidava l’auto è stata derubricata: da “omicidio stradale” a “omicidio stradale per eccesso colposo nell’adempimento del dovere”. In sostanza, al carabiniere viene riconosciuto che stava “adempiendo” ad un dovere, tenendo però una distanza troppa ravvicinata in relazione alla velocità. Da qui la condotta colposa.
L’inchiesta, però, non riguarda solo il militare che guidava l’auto. Fin dal principio emerse che alcuni colleghi cercarono di cancellare le prove raccolte da testimoni, in particolare video girati coi telefonini.
Sul quotidiano Il Domani, in un articolo di Nello Trocchia, sono stati anche riportati gli audio delle intercettazioni di altri carabinieri presenti quella sera in viale Ripamonti. In particolare, uno di questi si chiedeva da dove saltasse fuori un nuovo testimone sentito sui mass media e affermava esplicitamente di «aver brutalizzato un testimone» assieme a un collega, intimidendolo e facendo cancellare le prove sul suo cellulare affinché non costituisse un problema per i colleghi sotto accusa.
Trocchia, che è anche autore del libro “Invicibili”, ai nostri microfoni osserva che «nel nostro Paese i casi e gli scandali che riguardano pezzi di Stato hanno un comune denominatore che si chiama depistaggio». Non si tratta di una semplice considerazione del giornalista, ma di un fatto concreto anche nell’inchiesta per la morte di Ramy, dal momento che quattro carabinieri risultano indagati per aver costretto un primo testimone a cancellare i video che stava realizzando. «Non solo – aggiunge Trocchia – è stata anche cancellata la foto della carta di identità che era stata fatta al testimone quando è stato identificato, in modo da posticipare l’identificazione stessa».
L’ulteriore audio, scovata dallo stesso Trocchia, è la chiusura del cerchio: «racconta i livelli di omertà e di copertura che si innescano e anche i livelli di depistaggio», sottolinea il giornalista.
ASCOLTA L’INTERVISTA A NELLO TROCCHIA:
Caso Abderrahim Mansouri, altri quattro agenti indagati e versioni che non tornano
Una notizia di ieri, invece, riguarda un altro caso di cronaca nera a Milano. In particolare, quattro agenti di polizia sono indagati per favoreggiamento e omissione di soccorso nell’indagine della Procura di Milano per fare luce sulla morte del 28enne marocchino Abderrahim Mansouri, il pusher ucciso lo scorso 26 gennaio nel bosco della droga di Rogoredo durante un controllo antidroga.
La versione dell’agente che sparò, riportata sulla stampa, si inseriva nel quadro della legittima difesa. La vittima si sarebbe diretta minacciosamente verso i poliziotti brandendo una pistola, poi rivelatosi giocattolo, e a quel punto l’agente avrebbe aperto il fuoco uccidendo Mansouri.
I primi risultati dell’autopsia, però, avevano già cominciato a incrinare questa versione, dal momento che la traiettoria del proiettile sparato dal poliziotto non indicava con sicurezza che le posizioni dei soggetti presenti nella scena fossero quelle raccontate.
Dalle indagini, inoltre, emergono altri particolari. Ad esempio il fatto che l’arma giocattolo con cui Mansouri avrebbe minacciato gli agenti non aveva impronte digitali e la vittima non indossava guanti. Anche la distanza della presunta aggressione non torna: le indagini balistiche affermano che la vittima si trovava a venti metri quando fu sparato il colpo.
Sul giubbotto della vittima, infine, c’era un’impronta di scarpa, come se fosse stato calpestato. «Chi ha eseguito la perizia non ha fornito risposte certe – commenta ai nostri microfoni Roberto Maggioni, giornalista di Radio Popolare che ha seguito il caso – Il giubbotto potrebbe anche essere stato tagliato dai soccorritori e calpestato successivamente».
Dalle carte si apprende che i quattro agenti indagati sono accusati di avere aiutato il collega, cioè l’agente che ha esploso il colpo, a «eludere le investigazioni della Squadra Mobile» quando sono stati sentiti come testimoni.
In particolare, avrebbero «omesso di riferire della presenza, sul luogo del delitto, di persone diverse dagli operanti della Polizia e riferito in modo non conforme al vero la successione dei propri movimenti, la posizione e la condotta degli altri soggetti presenti nonché i tempi impiegati per allertare i soccorsi». L’ipotesi che prende corpo in Procura è che gli altri agenti avrebbero “coperto” il poliziotto che sparò nel tentativo di accreditare la sua versione. Come si legge ancora negli inviti a comparire, quando il 28enne era ferito e agonizzante a terra gli agenti non avrebbero dato «immediato avviso all’autorità sanitaria». Omissione di soccorso aggravata, perché commessa violando i «doveri inerenti ad un pubblico servizio».
Secondo il giornalista un dettaglio importante nelle indagini riguarda le telecamere della zona. «L’iscrizione dei quattro poliziotti nel registro degli indagati è avvenuta dopo che gli inquirenti hanno visionato le telecamere – sottolinea Maggioni – Quindi quelle telecamere avrebbero potuto riprendere scene diverse da quanto raccontato».
Insomma, «dalla versione iniziale sulla legittima difesa del poliziotto sono emersi solo elementi che hanno messo in discussione quella versione – osserva il giornalista – E ciò mi fa pensare anche a cosa potrebbe succedere se dovessero approvare lo scudo penale per i poliziotti (misura contenuta nel nuovo pacchetto sicurezza, ndr)».
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