Mentre le borse in tutto il mondo continuano a crollare a causa dei dazi imposti dal presidente degli Stati Uniti d’America Donald Trump, l’Europa riflette su come rispondere alla misura e come riassorbire gli ammanchi che inevitabilmente verranno prodotti nell’export.
Ad ostacolare nel nostro Paese una delle possibili soluzioni, cioè il riassorbimento di almeno una parte della vendita delle merci prima esportate attraverso la domanda interna, sono proprio le politiche europee degli ultimi decenni, che hanno portato a comprimere fortemente i salari e a tagliare il welfare.
I dazi di Trump e le armi spuntate dell’Italia sul riassorbimento della domanda: pesano i salari bassi
Pochi giorni prima dell’avvio dei dazi trumpiani, l’Organizzazione Internazionale del Lavoro (Ilo) pubblicava un report secondo cui i salari reali in Italia sono inferiori dell’8,7% rispetto a quelli del 2008, l’anno della grande crisi finanziaria. Nello stesso periodo, i salari reali in Germania sono cresciuti del 20%.
Secondo l’Istituto per gli Studi di Politica Internazionale (Ispi), l’effetto dei dazi sull’economia italiana si tradurrà in un -0,4% del pil, mentre alla Germania andrà peggio, con una quota che parte da -0,5 punti a salire.
Uno dei settori italiani che, secondo le previsioni, sarà il più colpito è quello dei beni intermedi, cioè dei macchinari, per i quali difficilmente ci sono margini di manovra anche nelle trattative che la premier Giorgia Meloni vorrebbe svolgere a tu per tu con Donald Trump.
Ad essere colpito sarà anche il settore che nell’immaginario riguarda propriamente l’Italia: l’agroalimentare. E, all’interno del Paese, una delle regioni che pagherà il prezzo più caro è l’Emilia-Romagna, in particolare coi consorzi del Parmigiano Reggiano e del Prosciutto di Parma.
Secondo Federalimentare, a livello nazionale il calo dei volumi esportati si attesterà attorno al 30%, per un totale di circa 800 milioni di euro in meno dalla vendita negli Usa. Ancora più gravi le stime del Centro Studi di Confagricoltura, secondo cui i dazi sul settore agroalimentare potrebbero incidere per 1,6 miliardi all’anno.
A differenza di altri settori merceologici, il commercio di agroalimentare si presterebbe ad una politica di ridirezionamento della domanda. Eppure, sottolinea Ispi, «La maggiore esposizione di molti sotto-settori dell’alimentare verso gli Stati Uniti mostrano un secondo problema: quello della difficoltà di capire dove si potrebbero ridirezionare le esportazioni “spiazzate” dai dazi americani. Cibo e bevande italiane sono prodotti di fascia medio-alta rispetto a quelli che provengono da altri paesi del mondo, il che significa che necessitano di un mercato di sbocco mediamente ricco per potersi ritagliare uno spazio, e non è detto che altrove i prodotti italiani avrebbero lo stesso successo».
Se la ricerca di altri mercati diventa difficile per le caratteristiche dei prodotti, a partire dai loro prezzi, altrettanto difficile risulta il riassorbimento del calo dell’export attraverso la domanda interna proprio a causa dei bassi salari.
«L’economia italiana è fondata essenzialmente sulle esportazioni, quindi sui bassi salari per avere delle esportazioni competitive – osserva ai nostri microfoni Massimo Alberti, giornalista di Radio Popolare – e che chiaramente da un calo di esportazione o dal dover aumentare il prezzo finale di vendita a causa dei dazi potrebbe avere dei problemi e dei contraccolpi».
La strategia del riassorbimento del mercato attraverso la domanda interna, però, in Italia sconta diversi ostacoli. «Potrebbe essere una strategia da perseguire, ma non mi pare che le attuali politiche economiche dell’Ue vadano in questa direzione – osserva Alberti – Da un lato c’è un problema di capacità fisica del mercato di riassorbimento, mentre il secondo tema sono le politiche di moderazione salariale. Gli ultimi dati Istat mostrano come il mercato interno sia fermo a causa dell’inflazione. Quindi spendiamo di più per comprare di meno. Il combinato disposto di inflazione e bassi salari rende impossibile, allo stato attuale, un riassorbimento sul mercato interno».
Affinché la strategia diventi praticabile servirebbe, da un lato, una politica industriale di espansione produttiva che crei fabbriche che abbiano bisogno di macchinari, e dall’altro un’espansione salariale che dia ai consumatori maggiore capacità di spesa.
«Non mi sembra sia questa la direzione delle politiche – sottolinea il giornalista – Anzi temo che si punterà a mantenere le cose così come sono, magari cercando di esportare di più in Europa. Pensiamo al mercato tedesco, di cui l’Italia è un sub-fornitore alla stregua dei Paesi dell’est, dove si delocalizzano le produzioni perché costano di meno, viste le forti differenze salariali. Per questa ragione la Germania ha tutto l’interesse che in Italia vengano mantenuti dei salari bassi».
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