radiocitta’fujiko e Librerie.Coop, i libri e gli autori diventano protagonisti in radio, ogni settimana interviste, consigli di lettura e appuntamenti. Giovedì 19 maggio spazieremo dai saggi sul web a un ricordo di Josè Saramago.

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Le nuove generazioni di nativi digitali che superpoteri (e quindi grandi problemi) avranno? Di questi e altri interrogativi simili  si occupa Paolo Ferri, docente di Teorie e Tecniche dei Nuovi media all’università Bicocca a Milano. Ferri è autore di “Nativi digitali” (Bruno Mondadori), espressione che il prof. individua in coloro che sono nati in una casa già connessa con Internet a banda larga. Cosa che In Italia è avvenuta dal 2005 in poi, i nativi sono coloro che sin da giovanissimi hanno avuto a che fare con console game e social network 2.0 perchè in casa erano già presenti e scontati come una televisione o un frigorifero.

I nativi sono molto diversi da noi “figli di Gutenberg”. Sono nati in una “società multischermo” e interagiscono con molti di questi schermi fin dalla più tenera età. Questo perché sono numerosi i monitor interattivi dai quali sono circondati fin dalla nascita – computer, consolle per videogiochi portatili, cellulari smartphone, navigatori satellitari. Ora è importante comprendere come per i nativi digitali questi schermi costituiscano soprattutto strumenti di comunicazione e di interazione sociale e tra pari.

 

Nell’intervista condotta insieme al blogger Inkiostro, Ferri chiarisce come chi invece è nato in assenza degli strumeti e risorse del web sia un immigrante digitale. Tra questi e i nativi ci sono delle differenze: “Certamente sono più avanti di noi, alemno in alcuni versi. Hanno a disposizione tutta la conoscenza e l’intrattenimento del mondo a portata di click. Questo li rende molto più fortunati di noi. Inoltre rispetto ai figli di Gutemberg formatisi sui libri, hanno una fruizione più estese di codici e linguaggi di comunicazione differenti: icone, video, audio fanno parte dei codici digitali, noi siamo cresciuti con quelli alfanumerici”.

Oltre alla conoscenza questa novità multimediale cambia per forze di cose la percezione del mondo “Un esempio banale è quello delle distanza: per me da piccolo New York erano solo i corrispondenti Rai Sandro Paternostro e Ruggiero Orlando, e non potevo avere altre idee. I nativi digitali oggi praticano navigazione crossmediale e con una ricerca sul web possono andare a Londra. Come la percezione spaziale è anche completamente diversa: cambia il sitema sensoriale per cui imparano e comunicano in modo diverso. Questa differenza è evidente quando impattano con una cultura ancora antica come succede a scuola”.

 

I nativi sono certamente più bravi nel multitasking, ma forse meno abituati a sviluppare un pensiero in profondità. “Guardano la televisione, mentre navigano e studiano. E sono abili a farlo. Che questo provochi anche un deficit di attenzione è tutto da dimostrare. E’ invece probabile che la capacità di muoversi agilmente tra i media tolga il tempo alla riflessione. Sanna comunicare meglio, ma assorbire meno. Ma i dati delle ricerche ancora su questo sono contraddittori. L’idea di Nicholas Carr che Internet ci renda stupidi è una stupidaggine. Cambia il nostro approccio ai contenuti e alle persone, dobbiamo solo capire come”.

A un anno dalla morte del grande scrittore portoghese Josè Saramago esce il libro “Josè Saramago, un ritratto appassionato” (ed. L’Asino d’oro). Firmato da Baptista Bastos, amico e compagno di lotte del premio Nobel autore di “Cecità”, il libro-intervista offre un ritratto inedito delle vicende che hanno caratterizzato la vita dello scrittore, dall’iscrizione clandestina al partito comunista portoghese alle polemiche con gli ambienti cattolici seguite alla pubblicazione de “Il Vangelo secondo Gesù”. Al racconto fanno da sfondo gli scenari selvaggi dell’isola di Lanzarote, dove lo scrittore ha vissuto negli ultimi anni della sua vita insieme alla sua compagna Pilar Del Rìo, giornalista e presidente della fondazione José Saramago che Marco Santandrea ha intervistato. Tutti i libri sono pubblicati ora da Feltrinelli e Einaudi.

Gilberto Severini A cosa servono gli amori infelici, Playground
E’ in corsa per il premio Strega, per questo è invitato come gli altri finalisti ad una serie di presentazioni in Libreria Ambasciatori. Davanti ad un momento deciso per la sua vita un uomo si isola e comincia a scrivere. In attesa di un intervento chirurgico, ha il tempo per riflettere e indirizzare tre lettere fondamentali: a un suo collega d’ufficio, a un sacerdote che lo ha amato e da cui è scappato, a un misterioso personaggio senza nome, una specie di alter ego, vero o inventato, con cui ha creduto di parlare per tutta la vita. Ai tre destinatari racconta la propria vita, mettendo a nudo senza remore la propria esistenze e, di riflesso tutta la storia recente del nostro paese: il mitico e mancato ’68, il lavoro odiato, le contestazioni al teatro di parola alla fine degli anni Settanta, i desideri fuggiti, gli amori infelici vissuti e suscitati, la rivoluzione tecnologica. Un’auto analisi coraggiosa e malinconica, il cui esito porta diritto alla domanda “sono stato davvero infelice”.