Era il 1998 quando l’Italia introdusse la detenzione amministrativa per migranti attraverso la legge Turco-Napolitano. In questi 28 anni quelle strutture hanno cambiato nome – da Cpt, a Cie per arrivare all’odierno Cpr – ma ciò che non sono cambiati sono la natura di quei centri, dove vengono private della libertà su base etnica persone che non hanno commesso alcun reato penale, e la sofferenza prodotta, che va dall’abuso di psicofarmaci all’autolesionismo, dalle morti ai pestaggi da parte della polizia.
Il prossimo 22 e 23 maggio a Milano si terranno gli stati generali sulla detenzione amministrativa, un’occasione per fare il punto sulle strategie di contrasto a queste strutture, ma anche per affrontare le novità (negative) in arrivo con il Patto europeo su migrazione e asilo.

La storia della detenzione amministrativa in Europa

La detenzione amministrativa in Europa ha una storia che comincia già negli anni ’70, spesso in modo controverso o clandestino. Il primo centro di questo tipo è l’Harmondsworth Detention Centre, costruito nel 1970 come primo centro di detenzione per immigrati nel Regno Unito. Situato vicino all’aeroporto di Heathrow a Londra, inizialmente era stato pensato per processare gli immigrati del Commonwealth e aveva una capacità limitata di sole 44 persone. Ad oggi, invece, è il più grande centro di detenzione per migranti in Europa, con una capacità di oltre 600-700 uomini. Gestito da compagnie private, ha una storia travagliata segnata da rivolte, proteste e ispezioni critiche che hanno spesso denunciato condizioni di detenzione pessime.

Nel 1975, in Francia, si scoprì l’esistenza di luoghi segreti, come i magazzini nel porto di Marsiglia (Arenc), dove la polizia tratteneva illegalmente i migranti prima dell’espulsione. Per “sanare” queste zone d’ombra, lo Stato francese iniziò a legiferare, creando la base legale per la detenzione amministrativa. Una decina di anni dopo, a metà degli anni ’80, in Germania iniziarono a diffondersi strutture per il trattenimento, legate alla gestione dei flussi durante la Guerra Fredda.
Con la caduta del Muro di Berlino e l’apertura delle frontiere est, l’Europa iniziò a sperimentare i primi grandi flussi di massa e da quel momento in poi iniziò a istituzionalizzare i centri di detenzione amministrativa.

Il famoso trattato di Schengen, che dagli europei viene ricordato come l’atto che ha permesso la libera circolazione all’interno dell’Unione europea, ha una faccia oscura della medaglia, fatta di esternalizzazione delle frontiere e, appunto, di detenzione amministativa.
Tra il 2008 e il 2013, poi, avvenne un’armonizzazione europea di queste strutture, in particolare attraverso la Direttiva Rimpatri. La detenzione, in particolare, non venne più vista come un’anomalia, ma come una “fase necessaria” del processo di allontanamento. I centri cambiarono nome, ma la loro funzione punitiva rimase pressoché invariata.

A Milano gli stati generali della detenzione amministrativa

Manca poco meno di un mese all’entrata in vigore del Patto europeo su migrazione e asilo, prevista per giugno 2026, e il panorama del diritto europeo si appresta a vivere una metamorfosi radicale. Non si tratta solo di un aggiornamento tecnico: è una trasformazione profonda che investe i pilastri della libertà personale e della protezione internazionale. In questo scenario cruciale, a Milano, nel Centro Internazionale di Quartiere, il 22 e 23 maggio andrà in scena la quinta edizione degli Stati Generali sulla detenzione amministrativa.

L’edizione di quest’anno sceglie un punto di partenza inedito quanto urgente: il linguaggio. Secondo gli organizzatori, il nuovo Patto non introduce solo regole, ma opera una risemantizzazione sistematica di termini fondamentali. Parole come “frontiera”, “solidarietà”, “libertà” e “vulnerabilità” compaiono ossessivamente nei regolamenti, ma con significati spesso diametralmente opposti a quelli finora riconosciuti dalle scienze giuridiche e sociali. Smontare questo lessico non è un esercizio filologico, ma un atto di resistenza: capire come la norma abbia già neutralizzato le rivendicazioni di diritti è il prerequisito per ogni strategia legale e politica futura.

Il programma si svilupperà attorno a quattro panel, ciascuno dedicato a una parola-chiave. Ogni sessione partirà dalla definizione comune del dizionario per misurare, con approccio scientifico ed esperienziale, la distanza siderale introdotta dal testo europeo. L’obiettivo ambizioso è la creazione collettiva di un “glossario critico”, uno strumento per non restare intrappolati in una narrazione che nomina i diritti proprio mentre li svuota.
L’evento, laboratorio multidisciplinare ormai consolidato, si terrà in modalità ibrida: in presenza a Milano (via Fabio Massimo 19) e online su piattaforma Zoom. La partecipazione è gratuita, un invito aperto a giuristi, attivisti e cittadini per non restare silenti di fronte al nuovo corso delle politiche migratorie europee.

La detenzione amministrativa ai tempi del Patto europeo migrazione e asilo

«La detenzione amministrativa sarà al centro delle politiche migratorie europee – spiega ai nostri microfoni Nicola Datena dell’Associazione Studi Giuridici sull’Immigrazione – perché secondo il Patto tutti i migranti saranno trattenuti alla frontiera al loro arrivo».
Uno dei pilastri del Patto europeo su migrazione e asilo, infatti, è l’idea che, durante le procedure di frontiera, la persona non sia legalmente entrata nel territorio dello Stato, anche se si trova fisicamente lì. Questo concetto giustifica il trattenimento in apposite strutture (come Cpr o hotspot) per tutta la durata delle verifiche, impedendo la libertà di movimento.
All’arrivo, ogni migrante sarà sottoposto a una fase di identificazione obbligatoria della durata di 7 giorni, nei quali sarà sottoposta a rilevamento dei dati biometrici, controlli sanitari e di sicurezza e una vavalutazione della vulnerabilità.

All’interno del patto, poi, vi è una compressione del diritto d’asilo, che può riverberarsi anche sulla detenzione amministrativa. In particolare, per alcune categorie di persone ci sarà una procedura d’asilo “veloce” da svolgersi direttamente al confine. Sarà obbligatoria per chi proviene da Paesi con un tasso di riconoscimento dell’asilo inferiore al 20%, è considerato un rischio per la sicurezza o ha fornito informazioni false.
La procedura dura 12 settimane, durante le quali il richiedente può essere trattenuto. Se la domanda viene respinta, scattano altre 12 settimane di detenzione per finalità di rimpatrio.

A differenza del passato, il nuovo Patto non esenta le famiglie con bambini dalle procedure di frontiera. Sebbene la detenzione dei minori debba essere “l’ultima ratio”, le nuove norme permettono di trattenere nuclei familiari e, in certi casi di sicurezza, anche minori non accompagnati. Ciò ha ovviamente sollevato forti critiche da parte delle organizzazioni per i diritti umani.
Il meccanismo europeo di solidarietà obbligatoria, infine, permette agli Stati membri di scegliere se accogliere i migranti o pagare una quota finanziaria (circa 20.000 euro per ogni persona non ricollocata). La conseguenza per gli Stati di “primo ingresso”, come l’Italia, dovendo gestire obbligatoriamente le procedure di frontiera, saranno spinti a potenziare la capacità di accoglienza e detenzione per rispettare i tempi imposti dall’Ue, portando alla creazione di nuovi centri.

ASCOLTA L’INTERVISTA A NICOLA DATENA: