A meno di 48 ore dai ballottaggi di domenica prossima, 19 giugno, i risultati sembrano quanto mai incerti. Lo scollamento della politica dai cittadini, l’astensione crescente e talvolta lo zampino della stampa, consegnano un quadro incerto nelle grandi città italiane. I candidati rifiutano l’appoggio dei leader nazionali e si misurano, spesso per la prima volta, col malcontento popolare.

La fibrillazione e la paura sembrano essere le emozioni che contraddistinguono il finale delle due settimane supplementari di campagna elettorale per le elezioni amministrative in 120 Comuni italiani. I ballottaggi, un po’ per loro natura, un po’ per la crisi della politica e della partecipazione che contraddistingue il nostro Paese da ormai diversi anni, stanno mettendo a dura prova i nervi dei candidati che si contendono il governo delle grandi città, specialmente gli esponenti delle maggioranze uscenti di centrosinistra.

L’incertezza si misura negli appelli e nelle indicazioni di voto che si stanno moltiplicando in questi ultimi giorni e in queste ultime ore, non solo – in modo scontato – da parte delle forze politiche in gara, ma anche da una fitta rete di associazioni, organizzazioni sindacali e sociali nei vari territori.
Se gli apparentamenti post-primo turno non sembrano essere la strada prediletta dai candidati ancora in gioco, un altro elemento che si può registrare quasi ovunque è il rifiuto dell’appoggio dei leader nazionali di partito. I candidati sindaco, infatti, preferiscono quasi ovunque presentarsi come “civici”, evitando che il voto di domenica possa essere interpretato dagli elettori come un’eventuale sberla a politiche nazionali.

Nei settori più politicizzati della cittadinanza, inoltre, sembra ormai saltata quella che, in altri tempi, era la cosiddetta “disciplina di partito”. Il voto per paura o quello del meno peggio non sembra più essere, almeno stando alle tante dichiarazioni scritte sui social network, il criterio che guida le scelte delle persone: ennesima dimostrazione di quanto profondo sia ormai il solco e lo scollamento dei partiti dai cittadini, i quali sembrano andare sempre più in ordine sparso.
Ciò, unito ad alcune operazioni mediatiche, a volte assai poco professionali, ci restituiscono uno scenario di massima incertezza in molti Comuni dove, fino a pochi anni fa, se non si registrava una vittoria al primo turno, l’esito del ballottaggio era comunque abbastanza scontato.

Tra gli episodi che hanno ben poco a che fare col giornalismo e molto più a che vedere con l’appartenenza politica, si registra senza dubbio l’operazione di Repubblica, quotidiano diretto da Mario Calabresi, che ha pubblicato presunte dichiarazioni di Massimo D’Alema in favore della candidata del M5S Virginia Raggi e contro il Pd di Matteo Renzi.
La peculiarità degli articoli pubblicati dal quotidiano nel sedicente scoop, è che non esiste alcuna prova, scritta, sonora o di altro tipo, che renda la notizia veritiera. Anzi: alcune testimonianze rivelano l’esatto contrario.

In questo clima avvelenato, dunque, ci si avvicina al voto di domenica prossima, che fa tremare i polsi soprattutto al Partito Democratico.
A Milano i commentatori e buona parte dell’opinione pubblica sottolineano l’estrema somiglianza dei profili di Sala e Parisi e il timore è che, tra un imprenditore di centrodestra e quello candidato col centrosinistra, i cittadini scelgano l’originale.
A Roma, invece, la deposizione di Marino da parte del suo partito e l’operazione tentata dal Pd si è rivelata troppo arrogante e ora Giacchetti fa molta difficoltà a raggiungere la Raggi.

A Bologna lo staff di Merola sembra in preda al panico. Il sindaco uscente è apparso impacciato e impaurito dal segnale uscito dalle urne del 5 giugno scorso e il dubbio amletico dell’entourage è che non sia stato capito il vero messaggio degli elettori.
Nonostante l’endorsement di tutta la rete di associazioni e sindacati, organizzazioni cittadine a favore di Merola, la disabitudine ad affrontare il conflitto e le lamentele dei cittadini sono tali da lasciare, almeno sulla carta, una porta apertissima.

Dal canto suo, la candidata leghista Borgonzoni ha scelto per gli ultimi giorni di campagna elettorale una strategia low profile. Non più provocazioni di piazza e scontri coi centri sociali alla presenza del leader nazionale Matteo Salvini, ma un atteggiamento morbido che serve in modo evidente a rassicurare gli elettori moderati, poco avvezzi alle sceneggiate e al vittimismo propagandistico che l’europarlamentare ha spesso cercato a Bologna.
Sarà per questo, forse, che la chiusura della campagna elettorale del centrodestra, prevista per questa sera, non si svolgerà in una delle piazze cittadine, ma fuori Comune, a Castel Maggiore.

Unica situazione in controtendenza sembra essere quella di Napoli, dove il sindaco Luigi De Magistris, ostenta sicurezza e rilancia: “Dopo le elezioni nascerà un movimento politico non leaderistico, un movimento popolare che va oltre i confini di Napoli e che avrà una soggettività politica anomala, costruito con una democrazia partecipativa. Con gli elettori M5S esiste una sintonia; la Roma di Virginia Raggi può essere un interlocutore interessante”.

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