Al teatro Celebrazioni in scena la più famosa e divertente commedia di Natalia Ginzburg, “Ti ho sposato per allegria” per la regia di Emilio Russo per la produzione di Tieffe Teatro e Quirino srl. In scena una strepitosa Lucia Vasini nei panni della’anziana madre del co- protagonista Pietro (Giampiero Ingrassia) che da sola risolleva nel secondo atto l’intera commedia portandola ad un livello alto di sofisticata comicità catturando l’entusiasmo del pubblico.

Una commedia del 1965 pubblicata nel 1966 e che debuttò nello stesso anno al Teatro Gobetti di Torino con la strepitosa Adriana Asti nella pare di Giuliana, per la quale era stata scritta. Portata in televisione nell’83 con la regia di Carlo Battistoni con due meravigliosi attori , Giulia Lazzarini e Giampiero Bianchi che l’hanno resa indimenticabile per migliaia di spettatori che ancora la possono rivedere in preziose repliche sui canali Rai.

Un testo scritto in maniera mirabile, che solo a leggerla permette di immaginare toni e visualizzare espressioni facciali e fa sorrirdere e, in molti punti, decisamente ridere per la sagace ironia e che riesce a parlare di aborto e divorzio con la leggerezza propria di una scrittrice raffinata e delicata quale era Natalia Ginzburg.

Non serve molto a metterla in scena, perchè solo il copione basta a coinvolgere e divertire pure oggi che la società è cambiata e quel tipo di famiglia borghese con la donna di servizio fissa in casa a pulire e cucinare per alleviare le fatiche di una sposa novella di un ricco avvocato, sono in via di estinzione. Eppure Emilio Russo non è riuscito a fare una regia convincente rendendola molto statica e convenzionale, nel primo atto soprattutto, e introducendo strani e, a parer mio, inutili, manichini, pupazzi nella scenografia, forse come spiriti presenti dei vecchi fidanzati di lei, delle amiche e conoscenti evocati dalla conversazione.

Nella messa in scena c’è qualcosa che stona, sembra finto, non credibile nei movimenti o nella eccessiva staticità quasi in posa dei personaggi nel primo atto. Manca qualcosa, non si resce a cadere dentro la finzione scenica fino all’entrata nell’atto seguente di Lucia Vasini, si rimane spettatori davanti a un teatro un pò desueto nel suo farsi. Eppure il testo è una macchina teatrale perfetta, i dialoghi scorrono meravigliosi e accattivanti come una reale conversazione, qui però qualcosa nella regia non li fa funzionare per tutta la prima parte. Ne esce tuttavia molto bene la brava giovane attrice
Viola Lucio nei panni della donna di servizio Vittoria a cui Giuliana, interpretata da Marianella Bargilli, racconta la sua vita precedente al matrimonio con Pietro piena di avventure dalla fuoriuscita da casa in giovane età per sfuggire alla madre che l’ha cresciuta da sola con una vita complicata alle spalle e per allontanarsi dalla vita di paese. Giuliana narra i tanti lavori fatti a Roma per sopravvivere mentre viveva a casa dell’amica Elena e dei sui amanti, della vita con il misterioso Manolo che la abbandona in cinta lasciandola nel suo appartamento da cui dovrà andasene in fretta per l’imminente sfratto. Giuliana, vicina all’idea del suicidio, si salva grazie all’arrivo all’appartamento della moglie di Manolo, in cerca di lui, Topazia, che diventa sua grande amica e l’aiuta ad abortire. L’atto poi si chiude con il rientro del marito da un funerale di un conoscente, il mitoco Lamberto, e con l’annuncio dell’imminente arrivo a pranzo della madre per conoscerla.

Nel secondo atto è il momento in cui deve arrivare a pranzo la suocera di Giuliana, la tavola è pronta ma al posto del pollo bollito per il delicato stomaco della signora in visita, Giuliana ha riscaldato gli avanzi del giorno prima perchè la cameriera è sparita e non ha quindi portato a casa nè il mollettone da mettere sotto la tovaglia per assecondare gli standard della suocera, nè il pollo che doveva essere messo in tavola.

Quando Vasini entra in scena, finalmente la commedia prende vita, tutto diventa vivo e vitale. Non sembra più un teatro stantio, ma si fa contemporaneo e credibile. Peccato sempre per la presenza di quegli orrendi pupazzi piazzati a tavola a fare i dodici apostoli, ma counque il balzo di qualità attoriale si produce e anche gli alri attori sembrano funzionare con la spinta di una capace attrice che prende sulle proprie spalle la commdia e la porta a casa con l’applauso.

La madre entra e con una smorfia rende noto che si è accorta della mancanza del famoso mollettone sotto la tovaglia. A contrasto dell’entusiasmo della figlia Ginestra (Claudia Donadoni) per la casa, la madre disapprova l’apparamento perchè è al secondo piano senza ascensore, segno che il figlio la odia e l’ha comprato per farle dispetto. La giovane sposa del figlio risulta carina, ma ovviamente non è culturalmente e socialmente all’altezza delle sue aspettative, il fatto che si siano sposati in comune e in gran fretta viene al pari interpretato come sgarbo a lei e contestazione dell’educazione religiosa ricevuta.

Più le cose vanno storte durante il pranzo più la carica ironica sale e tutti i litigi, le frecciate tra i personaggi permettono momenti di grande comicità e divertimento. Lucia Vasini riesce a caratterizzare ala perfezione il suo personaggio e non perde un’occasione per uno sguardo di disapprovazione a uno o una degli o delle commensali, per una battuta crudele, un gesto di insofferenza che crea irresistibilie ilarità. La conversazione diventa intesa e tutta la macchina teatrale innscata dal copione funziona a meraviglia. Tra gli elementi a favore di una regia altrove claudicante è l’impiego della musica in questo atto: si sente provenire da un’altro appartamento forse, un assolo di batteria jazz, ad alto volume e questo fa sì che i personaggi debbano urlare per farsi sentire caricando di tensione la situazione e permettendo di movimentare la conversazione e dare vigire ai personaggi. A più riprese torna la gag con la musica alta che fa salire la temperatura dei litigi familiari e l’larità degli spettatori e spettatrici. Le musiche sono firmate da Alessandro Nidi e Andrea Centonze che scelgono anche di iniziare la commedia con la famosa canzone dei Giganti del 1966 “Una ragazza in due” di cui si ricordano i famosi versi “Ma le dirò che muoio per lei, la tratterò male e mi amerà”. La canzone ci riporta al clima di quegli anni in cui sì le donne cercavano di emanciparsi, di vivere la propria sessualità, ma in fondo la morale era quella patriarcale (purtroppo mai del tutto superata nemmeno oggi), in cui era normale scambiare maltrattamenti per schermaglie amorose e soprattutto le brave ragazze dovevano sposarsi in chiesa illibate e una donna con relazioni alle spalle e addirittura un aborto, non erano certo le benvenute in una famiglia per bene, della ricca borghesia che sognava grandi festeggiamenti canonici con molti invitati ove la suocera avrebbe potuto sfoggare un meraviglioso cappello da cerimonia.

Durante il pranzo Giuliana dichiara di voler già il divorzio, dopo un mese di matrimonio, ma in Italia il divorzio non è possibile, si dovrà andare all’estero per uscire da quel legame sbagliato perchè lei lo ha sposato per soldi e teme che lui l’abbia sposata per pietà sapendola senza un soldo, abbandonata dal precedente amore, senza casa e lavoro. Il clima si stempera al ritorno della cameriera che racconta di essere stata bloccata dalla pioggia all’uscita dal parrucchiere la sera prima e di essersi rifugiata dalla signora Giachetta che non ha il telefono, dove ha passato la notte. In compenso l’amante della Giachetta le aveva regalato due polli ruspanti pronti per essere portati in tavola. L’arrivo di Vittoria permette l’innesco di altri motivi di discussione con la suocera e il litigio alza il tasso alcolico della’anziana signora e provoca un grande desiderio in Giuliana di spaccare tutto in questo dorato mondo borghese in cui è entrata e si spoglia e butta giù tutti i pupazzi. Ricomponendosi, mentre la suocera esce improvvisamente i rapporti tra le due sembrano ricomporsi, la signora le fa capire di essersi finalmente ricordata dove le due si erano conosciute, in una cartoleria in cui Giuliana lavorava e in cui le aveva rovesciato una bottiglia di inchiostro su un vestito di Valentino. Con una battuta sulla pesantezza di quella bottiglia di inchiostro, Vasini (madre di Pietro) perdona la giovane sposa e esce di scena tra gli applausi. Nell’atto finale i due sposi si confidano e si ha l’agnizione finale: Pietro ha sposato Giuliana per allegria, non per pietà. I due si amano sul serio e, l’incomunicabilità, che sembrava in quell’epoca il male precipuo, può essere superata con un affetto sincero che travalica le differenze sociali.

Una commdia che da tempo mancava dal repertorio e che ho infinitamente apprezzato sia stata messa in cartellone al teatro Celebrazioni, vale la pena tuttavia recuperare le precedenti strepitose versioni televisive per assaporarla più a fondo e attendiamo nuove reinterpretazioni con una regia più dinamica.

La commedia, grazie soprattutto alla bravura attoriale di Lucia Vasini e Viola Lucio fa comunque uscire dal teatro l’uditorio con sorrisi compiaciuti a riprova che non esistono piccole parti, ma che ci si può prendere la scena e dominarla con qualisasi numero di battute a disposizione. Il testo risulta ancora oggi intressante e profondo, ci aiuta a mettere in luce un preciso periodo della nostra storia recente e a capire la giusta strada che le relazioni devono prendere per superare la conflittualità al di là di convenzioni sociali e norme. Ci permette di apprezzare le conquiste ottenute con le lotte delle donne tra tutte l’aborto legale, il divorzio, ma anche e soprattutto la possibilità di autodeterminarsi e la conquista di relazioni paritarie in cui si decida di stare insieme non utilitaristicamente, ma principalmente per la gioia della reciproca compagnia.