Il caso del MuBa, il museo dei bambini e delle bambine che il Comune di Bologna vorrebbe realizzare nel parco Mitilini-Moneta-Stefanini al Pilastro, continua a generare tensioni in città. Anche questa settimana è stata caratterizzata da accesi scontri tra il comitato MuBasta, che si oppone al progetto urbanistico, e l’Amministrazione, che è intenzionata a tirare dritto e ribadisce di non voler dialogare coi violenti.
Il penultimo episodio di questa vicenda riguarda la commissione aperta sul tema che doveva svolgersi al Quartiere San Donato – San Vitale, ma che è stata annullata per la contestazione dei dissidenti agli esponenti della maggioranza, in particolare all’assessore comunale Daniele Ara. L’ultimo episodio, almeno fino a questo momento, è stato la polemica attorno al parallelo tra il cantiere militarizzato e il campo di concentramento di Auschwitz, a cui il segretario del Pd Enrico Di Stasi e l’Anpi hanno reagito scandalizzati.
Per quanto si tratti di una piccola vertenza, però, la battaglia attorno al MuBa sta coinvolgendo diversi intellettuali cittadini, che in queste settimane hanno preso parola producendo analisi su diverse testate bolognesi e italiane.
Al setaccio sono stati passati temi come la storia del Pilastro, la composizione sociale, i fenomeni ad essa associata, i bisogni espressi dal rione, ma anche i processi partecipativi che l’Amministrazione comunale rivendica di aver messo in campo per il progetto.
Quella che vi proponiamo è una sintesi di alcune delle analisi finora prodotte sul caso MuBa.
MuBa, le analisi degli intellettuali sul caso al Pilastro
Una delle prime analisi prodotte da intellettuali attorno al MuBa e al Pilastro è quella di Pier Giorgio Ardeni, intitolata “Perché il Pilastro? Ma non avrebbe bisogno di ben altro?” e pubblicata da Antigene. Pier Giorgio Ardeni è docente di economia politica, ambientale e dello sviluppo all’Università di Bologna. La critica che muove smonta la logica dell’intervento: dietro l’idea “facciamoci qualcosa” in riferimento al Pilastro emerge, secondo Ardeni, una profonda incomprensione dei bisogni reali del quartiere.
Il punto di forza del testo è l’uso dei dati: indicatori sociali, economici e demografici delineano un’area tra le più fragili d’Italia, segnata da disoccupazione, precarietà, dispersione scolastica e alta presenza di giovani e anziani. In questo contesto, il museo appare come una risposta fuori fuoco, più simbolica che utile.
Il risultato è un progetto calato dall’alto, poco condiviso e urbanisticamente discutibile, che rischia di aggravare la distanza tra istituzioni e cittadini. Più che un’opera “inclusiva”, il museo diventa il simbolo di una politica urbana che ignora le priorità, trasformando un’occasione di rilancio in un intervento percepito come estraneo e persino dannoso.
ASCOLTA L’INTERVISTA A PIER GIORGIO ARDENI:
Anche uno storico e ricercatore indipendente come Mauro Boarelli è intervenuto sulla vicenda. Il collaboratore della rivista Gli Asini è anche una delle anime di Resistenze Spaziali, il gruppo che sta scrivendo un progetto dal basso per il futuro dell’ex caserma Sani e in passato a Bologna ha guidato la proposta di una delibera di iniziativa popolare sul riutilizzo dei beni pubblici dismessi.
La sua analisi, edita da Napoli Monitor, si intitola “Se la periferia non si adegua. La strana storia del Museo dei bambini a Bologna”.
Per Boarelli, il MuBa è l’emblema delle derive recenti delle politiche urbane. L’autore smonta l’operazione su più piani: dalla vaghezza del progetto culturale, ridotto a slogan e lessico aziendalista, fino all’assenza di un’analisi dei bisogni reali del quartiere.
Il cuore della critica sta nell’idea di un’istituzione “calata dall’alto”, pensata più come attrattore esterno che come risposta al contesto sociale. Il museo diventa così un “oggetto magico” retorico, incapace di incidere su fragilità profonde, mentre servizi già esistenti restano sottofinanziati.
Particolarmente incisiva è la demolizione della narrazione partecipativa: incontri limitati, non inclusivi e privi di effetti reali. Il passaggio finale, sulla gestione securitaria del cantiere, chiude il quadro con toni allarmati. Ne emerge una bocciatura netta: più che progetto culturale, il Muba appare come operazione simbolica e politica, destinata a lasciare fratture profonde nel rapporto tra istituzioni e territorio.
ASCOLTA L’INTERVISTA A MAURO BOARELLI:
Si intitola “Una partecipazione democratica vera per un governo della città migliore” l’analisi di Ugo Mazza pubblicata da Cantiere Bologna. Mazza è stato responsabile del Pci proprio nel Quartiere San Donato, poi segretario del partito a Bologna e membro del direttivo nazionale. Nel 1990 è diventato assessore all’Ambiente e all’Urbanistica, poi presidente di Atc e, tra il 2000 e il 2010, consigliere regionale.
Nella sua analisi, Mazza spiega come proprio il parco su cui dovrebbe sorgere il MuBa sia storicamente un luogo sensibile per il Pilastro, perché fu creato su volere dei cittadini a metà degli anni ’70 dopo un vero processo partecipativo in cui il Comune dovette formulare tre progetti urbanistici diversi e i cittadini scelsero quello che rispondeva meglio ai loro bisogni.
Ai nostri microfoni, Mazza specifica che non è tra coloro che ora chiede di fermare la realizzazione del museo, ma nella sua analisi esprime una critica forte sui processi partecipativi a Bologna e la loro gestione. «Chi ha gestito il processo partecipativo per il MuBa – sottolinea Mazza – ha fatto domande funzionali alla realizzazione del progetto stesso, non ha ascoltato o messo in campo un confronto tra posizioni diverse. La creazione del consenso e la partecipazione sono due cose diverse».
L’invito dell’ex dirigente politico all’Amministrazione comunale, quindi, è quella di avere coraggio per cambiare il modo di intendere la partecipazione in città e l’occasione potrebbe essere quella della riforma dei quartieri.
ASCOLTA L’INTERVISTA A UGO MAZZA:







