La sentenza della Corte Suprema statunitense che ha bocciato i dazi di Trump afferma, da un lato, un principio giuridico che il presidente statunitense aveva cercato di aggirare, limitando in questo modo i modi impropri della stessa diplomazia dell’Amministrazione, ma dall’altro apre uno scenario incerto e confuso, in particolare per ciò che riguarda gli accordi commerciali siglati dagli Usa con altri Paesi del mondo dopo l’imposizione dei balzelli.
Su questo versante, ad esempio, l’Unione europea ha congelato l’accordo siglato con gli Stati Uniti, che aveva permesso di attenuare per alcune merci le tariffe imposte.
La sentenza della Corte Suprema sui dazi: perché Trump non può più utilizzarli
La Corte Suprema ha stabilito che l’International Emergency Economic Powers Act (IEEPA) del 1977 non conferisce al presidente l’autorità di imporre dazi di portata indefinita in modo unilaterale. I giudici hanno riaffermato che la potestà in materia di tasse e politica commerciale spetta al Congresso, e non può essere scavalcata invocando un’emergenza nazionale generica. La conseguenza, in sostanza, è lo stop alla riscossione dei dazi dichiarati illegali a partire dalle ore 00:01 del 24 febbraio 2026.
«La Corte Suprema in sostanza ha detto che non c’è un’emergenza nazionale e l’imposizione di tasse la deve fare il Congresso», sintetizza ai nostri microfoni il giornalista Martino Mazzonis.
Nello specifico, la sentenza riafferma un principio giuridico che Trump aveva tentato di aggirare, ma contemporaneamente toglie al tycoon un’arma per quello che a tutti gli effetti era sembrato uno strumento di bullismo diplomatico.
Non tutte le imposizioni di dazi, infatti, avevano una ragione di tipo economico, come il disavanzo commerciale degli Stati Uniti nei confronti di un altro Paese. Mazzonis cita il caso del Brasile, a cui Trump ha imposto dazi per aver imprigionato Jair Bolsonaro, suo alleato politico. «I dazi non possono più essere usati come strumento di contrattazione e di politica estera», osserva Mazzonis.
I nuovi dazi al 15% imposti da Trump subito dopo la sentenza e il caos giuridico
Immediatamente dopo la sentenza, Trump ha firmato un nuovo ordine esecutivo che impone dazi del 15% a tutti. In questo caso, il presidente statunitense ha fatto leva su un’altra legge, che però dà la possibilità di imporre dazi contenuti e soprattutto limitati nel tempo, 150 giorni. Per essere prorogati, inoltre, richiederanno un’istruttoria dettagliata.
«Evidentemente l’Amministrazione era preparata per uno scenario del genere – sottolinea il giornalista – ma ora si apre una situazione di confusione giuridica, in particolare per quei Paesi che, dopo l’imposizione di dazi, si erano seduti attorno a un tavolo e avevano siglato accordi commerciali».
Il problema è anzitutto di natura giuridica rispetto agli stessi accordi siglati. La senteza della Corte Suprema giuridica ha fatto venire meno le premesse su cui gli stessi accordi erano stati costruiti, dunque rimane da capire se possono restare in vigore ugualmente.
L’Unione Europea, in particolare, ha congelato l’accordo già nel gennaio scorso dopo le minacce di Trump a proposito della Groenlandia, considerate una violazione dell’accordo stesso.
A livello globale, però, la situazione è caotica. Per effetto della sentenza statunitense, ad esempio, la Cina potrebbe trovarsi a pagare i nuovi dazi al 15%, il minimo dell’era Trump, tanto quanto l’Europa, che in teoria è alleata degli Usa.
Il nodo dei rimborsi e il potenziale terremoto per le casse statunitensi
Un secondo fronte che scaturisce dalla sentenza della Corte Suprema statunitense è quello dei rimborsi per una tassazione illegittima che le imprese americane potrebbero rivalere nei confronti dello Stato. Si parla di cifre da capogiro, che secondo alcune stime vanno dai 175 ai 300 miliardi di dollari. «Trump stesso aveva detto di voler utilizzare gli introiti dei dazi per il deficit statunitente», riporta Mazzonis.
Per il giornalista, però, dietro alla sentenza della Corte Suprema potrebbe esserci anche un segnale di natura politica, in particolare lo scontento dei repubblicani nei confronti delle politiche economiche di Trump.
Se in generale la popolarità del presidente, secondo i sondaggi, è bassa, c’è una consistente fetta del mondo economico statunitense che si è vista penalizzata proprio dai dazi e che, anche se non apertamente, ha voluto mandare un segnale. «Se si va sulle pagine delle Camere di Commercio statunitensi, che non sono realtà di estrema sinistra – riporta Mazzonis – si possono trovare una trentina di articoli critici nei confronti dei dazi».
La sentenza stessa della Corte Suprema è stata emessa con almeno tre giudici che hanno “tradito” Trump. Si tratta di John Roberts, Neil Gorsuch e Amy Comey Barrett, tutti conservatori. John Roberts, il presidente della Corte nominato nel 2005 da George W. Bush, ha sottolineto che la Costituzione riserva al Congresso il potere di imporre tasse e dazi, e che misure economiche di vasta portata richiedono una «chiara autorizzazione legislativa». Si sono uniti a lui sia Gorsuch, uno dei giudici più strettamente associati all’agenda di Trump e il primo da lui nominato nel 2017 al posto di Antonin Scalia, e la Barrett, l’ultima venuta durante il primo mandato e che, dopo la morte della liberal Ruth Bader Ginsburg, aveva sigillato la maggioranza conservatrice della Corte per decenni a venire.
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