Alla Pinacoteca Nazionale di Bologna la pittura torna a interrogare il presente come pratica condivisa, quotidiana e profondamente radicata nel lavoro. Fino al 6 aprile, il Salone degli Incamminati ospita “More Than This”, una mostra curata da Daniele Capra e promossa da Fondazione Coppola in collaborazione con i Musei Nazionali di Bologna – Direzione regionale Musei nazionali Emilia-Romagna e l’Accademia di Belle Arti di Venezia.
In esposizione oltre cinquanta opere su tela e su carta di dodici artisti – Thomas Braida, Chiara Calore, Francesco Cima, Nebojša Despotović, Jingge Dong, Beatrice Gelmetti, Chiara Peruch, Paolo Pretolani, Adelisa Selimbašić, Danilo Stojanović, Aleksander Velišček e Maria Giovanna Zanella – accomunati da un’esperienza formativa condivisa: quella dell’Atelier F dell’Accademia veneziana, oggi riconosciuta come una delle più significative “scuole” emerse di recente nel panorama dell’arte contemporanea italiana.

La mostra “More Than This” alla Pinacoteca di Bologna

La mostra bolognese rappresenta un nuovo capitolo di una ricerca avviata nel 2025 con La Scuola di Venezia, progetto ospitato dalla Fondazione Coppola che ha contribuito a portare l’attenzione critica su questo gruppo di artisti. «È per noi una grande soddisfazione che questa indagine, nata nei nostri spazi, prosegua oggi alla Pinacoteca Nazionale di Bologna», sottolinea Antonio Michele Coppola, presidente della Fondazione. «More Than This amplia il riconoscimento di una ricerca pittorica che merita un contesto museale di altissimo profilo».
Il titolo stesso della mostra suggerisce il cuore del progetto: l’idea che il lavoro del singolo artista acquisti senso pieno solo all’interno di una dimensione collettiva, fatta di confronto, ascolto e collaborazione. Un approccio che si riflette in una pittura estremamente articolata sul piano linguistico, capace di spaziare dal surreale alla metafisica, dalla figurazione emotiva a forme liquide di astrazione, senza mai risolversi in uno stile univoco.

Come osserva Costantino D’Orazio, direttore ad interim dei Musei nazionali di Bologna, “More Than This” pone l’accento su un aspetto spesso trascurato nel discorso critico: il lavoro. «Lavoro inteso come formazione, esperienza individuale e collettiva, attività fondativa della nostra vita civile e democratica. Un lavoro che non è solo produzione, ma che è esso stesso prodotto del proprio tempo».
La “scuola” dell’Atelier F si è costruita nel tempo grazie a un sodalizio duraturo tra docenti, studenti e artisti già maturi, che continuano a tornare in atelier per lavorare fianco a fianco con le nuove generazioni. Non si tratta di una scuola fondata su affinità stilistiche, ma su una precisa impostazione metodologica. Due i principi cardine: il dialogo continuo tra artista e opera, inteso come processo aperto e non predeterminato, e un metodo collaborativo e non competitivo, in cui il confronto orizzontale diventa strumento di crescita comune.

«Nel nostro lavoro il contenuto viene dopo», spiega Riccardo Caldura, direttore dell’Accademia di Belle Arti di Venezia. «Si ascolta l’artista mentre riflette sulla propria ricerca in fieri, per chiarirne intenzioni e fragilità. È un modo per riappropriarsi consapevolmente del fare, in un’epoca segnata dalla smaterializzazione e dall’iperproduzione».
Questa dimensione laboratoriale si riflette anche nell’allestimento, concepito non come una sequenza ordinata di opere, ma come un dispositivo relazionale. Accostamenti per affinità e contrasti costruiscono un tessuto espositivo denso, in cui le singole voci non si annullano ma concorrono a una misura collettiva.
«Molti dei lavori esposti sono stati realizzati appositamente per la mostra», conclude il curatore Daniele Capra. «Il percorso è pensato come un dialogo continuo tra le opere, coerente con la metodologia dell’Atelier F. Ne emerge una complessità linguistica che non è somma di individualità, ma risultato di una pratica fondata sulla relazione e sulla collaborazione».

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