Un duro richiamo da parte dell’ecologismo scientifico italiano e rivolto ai vertici nazionali dell’opposizione in materia di transizione energetica. Settantacinque tra scienziati, studiosi e attivisti storici hanno firmato una lettera aperta indirizzata ai leader del cosiddetto “campo largo” – Elly Schlein, Giuseppe Conte, Nicola Fratoianni, Angelo Bonelli, Riccardo Magi e Matteo Renzi – per denunciare quella che definiscono una grave miopia culturale sulle politiche energetiche, specialmente a livello locale.

Il campo largo e le ambiguità sulla transizione energetica: la lettera aperta di scienziati ed ecologisti

Gli esperti, che si dichiarano indipendenti e mossi solo dalla speranza di vedere un’alternativa all’attuale governo, mettono in guardia la coalizione dal rischio di rincorrere la protesta populista anziché guidare la transizione ecologica.
Il documento muove i passi da una critica netta all’esecutivo Meloni, accusato di aver commesso errori drammatici puntando sul progetto dell’Italia come hub del gas e frenando lo sviluppo delle fonti pulite. Una strategia che, secondo i firmatari, espone oggi il Paese a tariffe record e a una forte vulnerabilità internazionale, i cui costi ricadono direttamente sulle tasche di famiglie e imprese. Se a parole i leader nazionali del centrosinistra condividono queste critiche, la realtà dei territori governati dalle stesse forze progressiste racconta però una storia completamente diversa.

Gli scienziati puntano il dito contro i ritardi strutturali di regioni chiave guidate dal campo largo, come la Toscana e l’Emilia-Romagna, drammaticamente indietro rispetto alle tabelle di marcia del Piano Nazionale Integrato per l’Energia e il Clima.
Il caso più eclatante e simbolico appare quello della Sardegna. La giunta guidata da Alessandra Todde viene apertamente accusata di star conducendo una vera e propria crociata ideologica contro le rinnovabili, arrivando a etichettare gli operatori del settore come speculatori e a ingaggiare uno scontro istituzionale nonostante i severi richiami della Corte Costituzionale e del Consiglio di Stato.

In questo periodo, poi, le Regioni stanno discutendo le leggi sulle aree idonee all’installazione di impianti di energia rinnovabile che dovrebbero recepire la normativa nazionale.
«Il problema è che ci si sta muovendo in modo restrittivo, nonostante la legge nazionale sia stata modificata in senso restrittivo – osserva ai nostri microfoni uno dei firmatari della lettera aperta, il fisico ed esponente di Energia per l’Italia Vittorio Marletto – Non si capisce la strategia e la sensazione è che, a livello locale, vi sia un atteggiamento supino nei confronti di gruppi, più o meno organizzati, che contestano le installazioni».

Nella lettera scienziati ed ecologisti sostengono che l’idea di raggiungere gli obiettivi climatici globali senza ricorrere a grandi impianti industriali sia un teorema irrealistico e una presa in giro nei confronti dei cittadini.
Nell’autorizzare i grandi impianti e nel favorire la transizione energetica, però, si può prestare attenzione ai bisogni dei cittadini. «Ad esempio occorre che le ricadute in termini positivi siano benefiche – sottolinea Marletto – Bisogna che i cittadini vedano scendere i prezzi dell’elettricità prodotta coi nuovi impianti». Uno scenario che si è presentato in Spagna, grazie alla scelta di incentivare le energie pulite.

«Piccolo è bello, ma non è sufficiente – sottolinea il fisico con uno slogan – Sicuramente sono da incentivare i piccoli impianti famigliari, che ad oggi sono un paio di milioni ma dovrebbero diventare decine di milioni, tuttavia il fabbisogno energetico del Paese è molto più grande, oltre che crescente se si vuole effettuare una transizione all’elettrico nel settore dei trasporti. Cosa auspicabile, visto che, secondo gli ultimi dati Ispra, i trasporti sono responsabili del 31% delle emissioni climalteranti».
Per l’esperto, inoltre, le critiche alle grandi torri eoliche così come quelle all’agrivoltaico scontano una scarsa conoscenza della materia. «Oggi centinaia di ettari agricoli vengono utilizzati non per produrre cibo, ma per produrre biomasse che hanno una resa bassissima. Due ettari di agrivoltaico in realtà libererebbero decine di ettari utilizzati per produrre biomasse».

La lettera si conclude con una richiesta urgente di cambio di rotta. Agli occhi della comunità scientifica non è più tollerabile che i quadri locali della sinistra si rifugino nel “no” a priori o difendano consensi elettorali di corto respiro pur di assecondare minoranze rumorose spesso prive di argomentazioni scientifiche.
L’appello ai segretari politici è quello di avviare immediatamente un profondo percorso di formazione interna per amministratori e dirigenti. La strada da percorrere non deve essere il muro contro muro, bensì un dialogo costruttivo e una trattativa serrata con le aziende, capaci di trasformare l’installazione degli impianti in vantaggi economici reali e ricadute positive per le comunità locali. I firmatari, raccolti attorno alla sigla EcoLobby, promettono che questo è solo l’inizio di una mobilitazione che non si fermerà fino a quando non arriveranno risposte concrete.

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