La crisi idrica in Italia ha superato la soglia dell’eccezionalità per diventare una caratteristica strutturale del nostro territorio. Il fiume Po è in secca, i grandi laghi della penisola versano in uno stato di grave sofferenza e gli accumuli nevosi in alta quota sono pressoché esauriti. Di fronte a questo scenario, le istituzioni continuano a rispondere con una logica emergenziale, affidandosi a ordinanze tardive per la limitazione dei consumi anziché a piani lungimiranti.
Ogni anno, dal bacino padano vengono prelevati oltre 20 miliardi di metri cubi d’acqua tra fonti superficiali e sotterranee. Di questi, quasi il 75% è assorbito dall’agricoltura, mentre la restante parte è spartita tra usi civili e industriali.
Legambiente ha lanciato un forte appello al Governo e alle Regioni del bacino del Po, presentando otto proposte concrete per scardinare l’attuale gestione frammentaria e avviare una reale transizione ecologica della risorsa idrica.

Fiume Po, la crisi idrica e le richieste al governo

Le misurazioni scientifiche confermano la gravità della situazione. Nel mese di giugno, le portate del Po hanno registrato anomalie superiori al 60% rispetto alla media climatica degli ultimi trent’anni. Le situazioni più critiche si registrano a Piacenza (-67%) e Cremona (-65%), ma l’osservato speciale resta Pontelagoscuro.
Con una portata scesa a 264 metri cubi al secondo, il fiume si trova ben al di sotto della soglia critica di 450 metri cubi al secondo, considerata il limite minimo per impedire al mare Adriatico di risalire la foce. Nel frattempo, lo Snow Water Equivalent calcolato dall’Autorità di Bacino attesta che le riserve naturali stoccate sotto forma di neve in quota sono azzerate, privando il fiume del fondamentale contributo del disgelo estivo.

Gli ambientalisti mettono sotto accusa i ritardi della politica nazionale, chiedendo conto dei finanziamenti per il Piano nazionale di adattamento ai cambiamenti climatici (PNACC) e del decreto del Presidente della Repubblica sul riutilizzo delle acque reflue in agricoltura, due strumenti fondamentali ancora bloccati nei cassetti ministeriali. La pianificazione deve essere integrata nei Piani di Gestione dei Bacini Idrografici previsti dalla Direttiva Quadro Acque, definendo una governance unica a livello di bacino che metta al centro le Nature Based Solutions e fermi la corsa alla costruzione di nuove grandi dighe, agevolando invece piccoli bacini aziendali.

A gravare sul quadro complessivo c’è anche il caos delle concessioni di derivazione per i prelievi idrici. Molti dei permessi attuali rispondono a esigenze storiche superate e a condizioni climatiche del tutto distanti da quelle odierne, ignorando l’obbligo del deflusso ecologico necessario alla vita dei fiumi. Su questo fronte l’Italia sconta una procedura d’infrazione europea, aperta per la mancata registrazione di tutte le autorizzazioni al prelievo d’acqua nella normativa nazionale.
«Se la ragione principale della crisi idrica è la crisi climatica – spiega ai nostri microfoni Davide Ferraresi, presidente di Legambiente Emilia-Romagna – ciò che serve per fronteggiare il fenomeno è una nuova strategia, perché c’è la necessità di soddisfare settori come l’agricoltura, ma quest’ultima a volte consuma più acqua di quella che potrebbe usare adottando degli accorgimenti».

Veneto ed Emilia-Romagna: la risalita del mare e la tentazione delle grandi opere

Nel tratto veneto del Po, l’immagine simbolo della crisi è il ritrovamento di un granchio blu a ben 70 chilometri dalla foce. La drastica riduzione della portata d’acqua dolce ha trasformato le sacche del Delta in bacini ad altissima salinità, minacciando la biodiversità della Riserva della Biosfera Unesco e distruggendo il comparto della pesca. Nonostante lo stato di emergenza regionale, sul territorio persistono sistemi di irrigazione a pioggia inefficienti.

Spostandosi in Emilia-Romagna, a inizio luglio la portata a Pontelagoscuro è crollata a un terzo rispetto alla media storica secolare. Il cuneo salino è risalito per ben 25 chilometri nell’entroterra, minacciando le coltivazioni e gli ecosistemi costieri già affetti da erosione e subsidenza. La risposta del mondo agricolo e dei consorzi di bonifica si concentra sulla richiesta di grandi infrastrutture come la Diga di Vetto, un’opera dai costi altissimi e dai tempi di realizzazione stimati in almeno dieci anni, che distoglie l’attenzione da interventi di risparmio idrico attuabili nell’immediato.

Piemonte e Lombardia: fioriture algali e il crollo dei ghiacci

In Piemonte, il Po soffre visibilmente anche all’altezza di Torino, dove le temperature elevate e le scarse portate hanno favorito una massiccia fioritura algale, alimentata dalle alte concentrazioni di nitrati civili e agricoli non più diluiti. Lo scontro si sposta sul piano politico: Legambiente contesta apertamente i tentativi della Regione di indebolire le tutele sul deflusso ecologico, ribadendo che la salute del fiume è il prerequisito stesso per la sopravvivenza del comparto agricolo.

In Lombardia il deficit era già evidente alla fine dell’inverno: le riserve nevose montane a marzo si attestavano a 1,3 miliardi di metri cubi a fronte di una media storica di 2,3 miliardi. L’aumento termico ha anticipato la fine del disgelo a maggio, esaurendo in anticipo le scorte estive. A fine giugno, le riserve idriche complessive dei grandi laghi e degli invasi idroelettrici lombardi si sono dimezzate, costringendo a un ripensamento radicale dei modelli colturali. Per gli esperti è ormai indispensabile ridurre le colture più idroesigenti come il mais estivo e riorganizzare le tecniche di coltivazione del riso, superando la pratica della semina in asciutta per ritornare a metodi tradizionali capaci di ricaricare le falde nei mesi invernali e primaverili.

ASCOLTA L’INTERVISTA A DAVIDE FERRARESI: