Il Consiglio dei ministri ha dato il via libera al nuovo Decreto Lavoro, un pacchetto di misure da circa un miliardo di euro varato simbolicamente in vista del Primo Maggio, la festa dei lavoratori.
Il provvedimento ricalca le solite misure che abbiamo visto negli scorsi decenni da parte di tutti i governi: esoneri contributivi totali alle imprese per le assunzioni a tempo indeterminato effettuate entro la fine dell’anno. Gli sgravi riguardano in particolare i giovani under 35, le donne in condizioni svantaggiate e le imprese che operano nella Zona Economica Speciale (ZES) del Mezzogiorno, con bonus mensili che oscillano tra i 500 e gli 800 euro a seconda della categoria e della regione.
Oltre ai bonus, il decreto introduce il concetto di “salario giusto”: l’accesso agli incentivi pubblici sarà infatti garantito solo alle aziende che applicano i contratti collettivi nazionali sottoscritti dalle organizzazioni sindacali più rappresentative, escludendo chi ricorre ai cosiddetti contratti pirata.
Sul fronte della gig economy, il governo interviene contro il “caporalato digitale” imponendo nuove regole di trasparenza per le piattaforme di food delivery, con l’obbligo di identificazione dei rider tramite Spid o Cie per prevenire lo sfruttamento e i doppi account.
Salario giusto vs Salario minimo, le critiche al decreto Primo Maggio del governo Meloni
Mentre la premier Giorgia Meloni rivendica le misure come un ringraziamento concreto agli italiani, non manca la dura reazione dei sindacati. Il segretario della Cgil, Maurizio Landini, ha aspramente criticato il provvedimento, sostenendo che le risorse finiscano esclusivamente nelle tasche delle imprese senza produrre un aumento reale dei salari o un beneficio diretto nelle buste paga dei lavoratori.
Uno dei maggiori problemi che stanno fronteggiando lavoratrici e lavoratori, infatti, è la perdita di potere d’acquisto dei salari determinata dall’inflazione, non ultima quella energetica a causa del conflitto in Iran e della chiusura dello Stretto di Hormuz.
A commentare il decreto è Marta Fana, ricercatrice e autrice del libro “Non è lavoro, è sfruttamento”. In un post sui social, Fana commenta il concetto di “salario giusto”: «Per il governo è giusto pagare i lavoratori 8,5 euro netti l’ora. Questo è il provvedimento sul salario giusto, un provvedimento che istituzionalizza i rapporti di forza tra imprese e sindacati, a favore delle prime – osserva la ricercatrice – Non c’è da stupirsi, bisogna fare di tutto per tenere milioni di lavoratori sotto ricatto, privarli cioè della libertà e della sicurezza sociale. Sarà allora più facile urlare al lupo al lupo, usare la sicurezza come tema securitario e repressivo».
Ai nostri microfoni Fana dettaglia ulteriormente. «Questo decreto istituzionalizza i salari bassi – osserva la ricercatrice – Secondo il governo, la dinamica salariale stagnante sarebbe determinata dai contratti pirata che riguardano appena l’1,8% della forza lavoro. Mentre ci sono contratti nel settore dei servizi che non sono pirata in cui si guadagnano appena 8,5 euro all’ora. A fine mese puoi guadagnare 1500 euro solo se lavori tutto il mese e full time, mentre in Italia abbiamo un’esplosione del part time. Quindi il potere d’acquisto delle famiglie non sarà minimamente considerato, non varierà».
Fana pronostica anche che per continuare a pagare poco i lavoratori e le lavoratrici le imprese continueranno a giocare con i codici Ateco, utilizzando contratti dei servizi che sono meno onerosi di quelli delle giuste categorie.
Tutela del lavoro, se la magistratura sopperisce alla latitanza della politica
Intanto in Italia sembra essere la magistratura a sopperire alle lacune della politica in termini di tutela di lavoratrici e lavoratori.
Particolarmente attiva, in questo senso, è la Procura di Milano, con le inchieste del pm Paolo Storari che hanno colpito, attraverso provvedimenti di controllo giudiziario, anche grandi multinazionali del food delivery come Glovo o Deliveroo. Anche lo sfruttamento nella filiera del tessile è più volte finito sotto la lente dei magistrati, a partire da Piazza Italia ed altre grandi società nelle cui filiere si annidavano situazioni paraschiavistiche.
Particolarmente interessante, in questo senso, è una recente pronuncia della Cassazione, che configura il reato di estorsione per quelle aziende che minacciano di licenziamento i lavoratori se non accettando condizioni di lavoro peggiorative.
«Il ragionamento mette insieme l’articolo 36 e l’articolo 36 della Costituzione – spiega Fana – La Cassazione dice che lo sfruttamento e i salari da fame non sono solo una questione di libertà, e lo sono, ma pongono i lavoratori in una condizione di vulnerabilità, quindi in una condizione di ricatto».
Per la ricercatrice, però, la magistratura da sola non può essere l’unica istituzione a garantire la tutela dei diritti sul lavoro, anche viste le scarse risorse di cui dispone e l’accumulo delle cause. Così come non dovrebbe essere sempre in capo ai lavoratori e ai sindacati il rispetto minimo dei diritti, anche con cause legali.
In altre parole, è la politica che sembra latitare. O meglio: «Le imprese la fanno – conclude Fana – manca la politica dall’altro lato».
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