L’arresto di un 17enne di Pescara, fermato a Perugia con l’accusa di pianificare una strage scolastica è il secondo caso, dopo quello del 13enne del bergamasco che ha accoltellato la suo professoressa di francese, che in pochi giorni ha visto ragazzini protagonisti di azioni, realizzate o pianificate, di violenza.
In entrambi i casi, anche se diversi fra loro, sembrano aver giocato un ruolo da protagonista le chat, in particolare quelle su Telegram, dove i minori condividevano informazioni sui propri propositi, si fomentavano a vicenda o venivano indottrinati da ideologie dell’estrema destra eversiva e “accelerazionista”.

Ragazzini che pianificano stragi: lo zampino di Werwolf Division

Nell’inchiesta sul ragazzino arrestato prima di compiere il gesto è rispuntato un nome che i più attenti avevano già sentito un anno e mezzo fa: Werwolf Division. Si tratta di un gruppo di matrice statunitense, ma con ramificazioni globali, che fa da punto di riferimento per i suprematisti. Nel dicembre 2024 in Italia furono arrestate 12 persone, di cui 5 residenti in provincia di Bologna, e ne furono indagate altre 25.
Ai nostri microfoni ne aveva parlato il giornalista Leonardo Bianchi, autore del libro “Le prime gocce della tempesta. Miti, armi e terrore dell’estrema destra globale“, che si occupa proprio di questa tipologia di gruppi.

In particolare, Bianchi aveva spiegato che la teoria dell’accelerazionismo di estrema destra punta al collasso della società attraverso atti di violenza anche individuale che portino alla distruzione della democrazia liberale e all’instaurazione di un nuovo nazional-socialismo. Non più una struttura gerarchica come quella del terrorismo di destra che l’Italia ha conosciuto negli anni ’60, ’70 e ’80, ma una struttura fortemente decentrata in cui ogni membro può compiere stragi e azioni terroristiche in solitaria, rendendo più difficile quindi prevenirle e fermarle.

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Come avviene il reclutamento dei giovanissimi: il modus operandi della nuova destra eversiva

Dalle carte dell’ultima inchiesta, che oltre all’arresto del 17enne vede altri minori indagati, si è appreso anche il modus operandi con cui avveniva prima il reclutamento e poi l’indottrinamento di giovani e giovanissimi.
I primi contatti, in particolare, avvengono sui social network, talvolta attraverso il passaparola. Poi, gradualmente, i minorenni vengono indirizzati verso gruppi sempre più chiusi e radicalizzati, fino a essere coinvolti in ambienti estremisti. E qui entrano in gioco le chat chiuse di Telegram.
Secondo quanto emerso dalle intercettazioni, alcuni membri discutevano della possibilità di compiere attentati, prendendo di mira anche figure istituzionali come la presidente del Consiglio Giorgia Meloni, oltre a personalità internazionali come Klaus Schwab, fondatore del World Economic Forum. In particolare, gli investigatori hanno ricostruito ipotesi di sopralluoghi nelle aree di Palazzo Chigi e Montecitorio, con l’obiettivo di studiare possibili scenari di attacco.

Le dinamiche della radicalizzazione giovanile sono al centro dell’attenzione anche dell’intelligence. Nell’ultima relazione annuale viene evidenziata una «chiara tendenza all’abbassamento dell’età dei soggetti coinvolti». Le indagini condotte in Italia, sia negli ambienti accelerazionisti sia in quelli legati all’estremismo jihadista, mostrano infatti una presenza crescente di minorenni.
Alla base di questa evoluzione, secondo gli analisti, vi è il ruolo sempre più incisivo della tecnologia. La spinta iniziale non nasce necessariamente dall’adesione a un’ideologia strutturata, quanto piuttosto da una «fascinazione per la violenza», alimentata da una progressiva desensibilizzazione ai contenuti estremi facilmente reperibili online.
In questo contesto, il bisogno di appartenenza e il riconoscimento all’interno del gruppo diventano fattori decisivi, soprattutto tra i più giovani. Meccanismi che, combinati con la diffusione dei social, possono accelerare i processi di radicalizzazione.

La chat del 13enne che ha accoltellato la professoressa

«Ti guarderò domani con i miei amici sul bus». È uno dei messaggi comparsi nella notte tra il 24 e il 25 marzo in una chat Telegram creata poche ore prima dell’aggressione. Dall’altra parte dello schermo, un gruppo ristretto di utenti attendeva che un 13enne di Trescore Balneario passasse all’azione. Il giorno dopo, il ragazzo ha accoltellato la sua insegnante.
Si tratta di quanto scovato da Elisabetta Rosso, giornalista di Fanpage, nella chat in cui il minorenne balzato agli onori delle cronache comunicava i suoi piani. La violenza, in particolare, non era solo evocata ma anticipata.
Il riferimento iniziale è a un caso noto: quello di un adolescente svedese che nel 2021 trasmise online un attacco simile. Non è un dettaglio casuale. Già nella notte precedente, alcuni utenti chiesero se l’azione sarebbe stata trasmessa in diretta.

Alle 7.16 del mattino i messaggi si moltiplicarono: «Dove sta trasmettendo?», «Prova ancora». Poco dopo comparve un video: prima la strada, poi l’ingresso a scuola, infine l’aggressione. Dopo le 8, diversi utenti lasciarono la chat e cancellarono i propri account.
Restò una sola partecipante, che si è presentata come una delle “amiche più strette” del ragazzo. A Fanpage ha raccontato di averlo conosciuto su TikTok e di aver partecipato alla conversazione dall’estero. Dice di aver provato a fermarlo, ma nella chat non risultano messaggi in questo senso.
Prima dell’attacco, il 13enne aveva pubblicato anche un lungo testo, un manifesto in cui spiegava le sue motivazioni. Non solo vendetta, ma il desiderio di rompere la routine e affermare se stesso attraverso un gesto estremo. Un linguaggio che richiama dinamiche già osservate in altri casi: l’azione violenta come costruzione di un’identità, che esiste solo se osservata.

Pare essere questo il modo in cui le chat diventano spazi di legittimazione. Non semplici conversazioni, ma ambienti in cui l’atto viene preparato e atteso. La richiesta di una diretta trasforma l’aggressione in un evento collettivo, da consumare in tempo reale. È il passaggio dalla violenza individuale alla violenza spettacolarizzata.
A rafforzare questo meccanismo è la dinamica di gruppo. O di branco. In contesti chiusi, simili alle cosiddette “echo chamber”, le idee si amplificano senza contraddittorio. Rabbia e frustrazione trovano conferma, fino a normalizzare scenari estremi.
È in questo equilibrio fragile che si inserisce il cosiddetto “loop di radicalizzazione”: più si partecipa a queste comunità, più si interiorizzano linguaggi e visioni violente. In cambio, il gruppo offre appartenenza, identità, riconoscimento. Elementi spesso cercati altrove, soprattutto da adolescenti isolati.

Rosso cita anche il caso del 17enne arrestato e sottolinea come ci sia una “gamification del terrorismo”. In particolare, analizzando i “manuali d’odio” di queste ideologie, cioè prontuari disponibili online su come uccidere una persona, costruire ordigni e preparare attacchi, viene assegnato anche un punteggio sulla base dell’azione che si porterà a termine. Livelli, punteggi e reputazione sono, evidenzia la giornalista, meccanismi tipici dei videogiochi.
La presa che queste sottoculture ideologiche hanno sui giovanissimi, però, è anche frutto dello sdoganamento del discorso d’odio da parte della politica ufficiale e tradizionale. Più il linguaggio è intriso di omofobia e razzismo, ad esempio, più sarà facile che vengano ritenuti normali discorsi violenti e il passaggio all’azione risulterà semplicemente lo step successivo.

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