«Di cosa parla The End?», si chiede George MacKay. «Certo, ci sono macro-tematiche, come il clima e la disparità di classe, ma il suo cuore è un’indagine sfaccettata sul filo che corre tra la speranza e la totale negazione». L’attore, protagonista dell’opera prima di finzione del regista Joshua Oppenheimer (già documentarista con L’atto di uccidere e The Look of Silence), è diventato noto al grande pubblico con 1917, film di Sam Mendes vincitore di tre premi Oscar nel 2020.
Presentato in anteprima italiana al Biografilm Festival, The End sarà nelle sale dal 3 luglio, distribuito da I Wonder Pictures.
L’intervista a George MacKay, il protagonista di The End
The End, che vede MacKay recitare al fianco di Tilda Swinton (nei panni della Madre) e Michael Shannon (che interpreta il Padre), esplora le tensioni di una famiglia nascosta in un bunker sottoterra da venticinque anni, per sfuggire a un disastro ambientale. Non è chiaro cosa sia accaduto di preciso, ma una cosa è chiara: per mettersi in salvo, la famiglia ha dovuto abbandonare altre persone a morte certa, ritrovandosi a vivere nel rimorso da allora. Per sopravvivere, ognuno mente a sé stesso e agli altri membri del nucleo familiare. Per esempio, tra le attività quotidiane del Figlio c’è la completa riscrittura della biografia del Padre, ex magnate del petrolio, in chiave eroica e filantropica.
Una riflessione sul pericolo incombente del revisionismo storico, tra l’altro, è contenuta anche nel documentario di apertura del Biografilm, Orwell:2+2=5, del regista haitiano Raoul Peck. Secondo MacKay, l’arte di oggi non rischia tanto di manipolare la realtà in ottica propagandistica, quanto rispetto alla scarsa rappresentazione di idee e storie nuove, originali: «Secondo me, il finanziamento delle arti – da dove vengono i soldi, a chi vanno e le persone che prendono queste decisioni – sono tutti elementi che mettono a rischio la ‘purezza’, per così dire, dell’arte», riflette l’attore. «E, dal momento che il cinema dipende da questi finanziamenti, rischiamo di corrodere la nostra immaginazione».
Se ci sono tagli ai fondi, ragiona infatti MacKay, molti film hanno assoluto bisogno di fare soldi per mantenere viva l’industria. La naturale conseguenza di questa necessità è quindi la costante riproposizione di storie che hanno già fruttato bene in passato: «Culturalmente, questo significa che entreremo in contatto con film sempre meno originali, con idee e ispirazioni sempre più banali. Se accade adesso, e continua ad accadere, le generazioni successive saranno meno portate a cercare cose diverse, vedendo sempre solo ripetizioni di ripetizioni di storie e concetti. Questo non potrà che dare una determinata forma all’immaginazione delle persone, ed è rischioso».
Se c’è qualcosa che ha imparato da The End, racconta MacKay, è l’importanza di non allontanarsi mai dalla ricerca della verità, anche nelle cose più quotidiane. In questo, il regista gli è stato d’ispirazione: «Joshua, con i suoi documentari, è instancabile nella ricerca della verità. E rendermi conto di quanti siano i momenti nella mia vita in cui non ho cercato la verità – questa penso sia stata la lezione più grande».
Chiara Scipiotti
ASCOLTA L’INTERVISTA A GEORGE MACKAY, TRADOTTA DA SERENA BARONE:







