Soirée Stravinskij e Rachmaninov al Comunale Nuveau la scorsa domenica con Beatrice Rana e Massimo Spada protagonisti nella prima parte con l’esecuzione della versione per due pianoforti delle “Danze sinfoniche” op 45 di Rachmaninov e, nella seconda parte, a quattro mani, come acrobati sulla tastiera, hanno proposto la “Sagra della Primavera” di Stravinskij. A danzare la coreografia di Simone Rapele e Sasha Riva “Alla fine del mondo” a inizio serata è un ensemble con gli stessi coreografi in scena, la seconda parte invece è stata sostenuta interamente dal primo ballerino dell’Opera di Vienna Davide Dato che ha interpretato la coreografia di Uwe Sholz ripresa da Giovanni di Palma per una Sagra astratta e vitalistica.

L’impresario Daniele Cipriani ha portato al Comunale uno spettacolo suggestivo e coinvolgente rendendo protagonisti, insieme ai danzatori, i due pianoforti coinvolti nell’esecuzione delle “Danze Sinfoniche” di Rachmaninov e soprattutto i due pianisti Rana e Spada nell’esecuzione ardimentosa e quasi acrobatica, a quattro mani, de “La sagra della primavera” di Stravinskij. I pianoforti e relativi pianisti in scena, in primo piano, hanno creato una atmosfera di positiva tensione catalizzando spesso l’attenzione su di sé per la bellezza del gesto nell’esecuzione pianistica e per le difficoltà tecniche delle due partiture.

La serata, inserita nella sezione danza, ha visto l’elemento danza e l’elemento musica alla pari in evidenza e l’attrattore primario del pubblico è stato costituito dai brani eseguiti. Danze sinfoniche, op. 45 è una partitura del 1940 da cui Rachmaninov aveva pensato di trarre un balletto con le coreografie di Michail Fokin con cui aveva collaborato l’anno precedente per via di una coreografia creata da Fokin appunto sulla sua Rapsodia su un tema di Paganini. Il progetto sulle danze sinfoniche non si realizzò per la morte del coreografo. La versione per due pianoforti è nata a seguito della lunga frequentazione del suo salotto da parte del celebre pianista Vladimir Horowiz che duettava con il padrone di casa al piano, per diletto, quando andavano a trovarlo insieme alla consorte. Da lì è nata l’esecuzione a Beverly Hills del 1942 a cura del compositore e di Horowitz. Su questa partitura per due pianoforti è stata creata la coreografia di Simone Repele e Sasha Riva Alla fine del mondo da loro presentata come “creazione astratta” ispiratasi a una ricerca sulla biografia del compositore e, in particolar modo, sul particolare riguardante “il suo amore per i fiori lillà, la sua intolleranza al rumore e la dimensione delle sue mani che pare fossero molto grandi”. I tre movimenti (Non Allegro; Andante con moto- Tempo di Valse; Lento assai- Allegro vivace- Lento assai Come prima allegro vivace), ricchi di citazioni e reminiscenze di altri brani d’opera o della musica religiosa russa, sono stati coreografati pensando ai citati aneddoti biografici arricchiti poi dalla personalità dei coreografi e danzatori a dare un senso complessivo di spontaneità. Nelle diverse fasi musicali i lillà nascono fino ad appassire e nel finale si mette in scena la premonizione di un nuovo mondo in cui il pianeta, dopo un apocalissi, si ripopola grazie a creature con le mani giganti come quelle del compositore.

Ad apertura di sipario i due pianoforti sono apparsi nella penombra come immersi in una foschia, Rana e Spada hanno preso posto e, accanto a loro, i rispettivi aiuti per girare le pagine. I danzatori spiccavano nella fioca luce grazie ai loro costumi dalle tinte pastello disegnati da Anna Biagiotti con comodi e ampi pantaloni e top in tinta. Danzatori e danzatrici sembravano avere delle parrucche con i capelli bianchi e dei guanti con grandi mani nel finale. Si sono alternati momenti d’insieme e piccoli assoli, prese insolite nel lavoro a coppie, attimi concitati e sospensioni trasognate nella penombra. Nel percorso astratto della danza si sono incrociati frammenti mimici con una gestualità quasi marionettistica: un danzatore bussa ad una porta e dall’altro lato apre una anziana con un mazzo di fiori in mano, i due personaggi sembrano poi spegnersi come marionette senza carica mentre appaiono immagini come d’un ricordo del passato fino a quando le due grandi marionette riprendono da dove si erano fermate accasciate per chiudere la scena. Il mazzo di fiori di lillà riappare più volte nel percorso coreografico fino all’insieme finale di grande suggestione dove il gruppo di danzatori formato da Claudio Cangialosi, Riccardo Ciarpella, Francesco Curatolo, Chiara del Borgo, Anne Joung, Giulia Pizzuto, Chiara Ranca, Simone Repele e Sasha Riva, appare come un grumo compatto inquietante e minaccioso da cui emergono queste grandi mani e una mimica facciale che testimonia un senso di sgomento come se il gruppo non avesse via di scampo alcuna in questa fine del mondo.

Durante l’intervallo il pubblico freme per ascoltare e vedere l’esecuzione danzata de La sagra della primavera di Stravinskij. Il compositore ha lungamente lavorato con i Balletti Russi di Djagilev a Parigi accanto a Fokin, Nizinskij, Massine, Balanchine. Sentendo le sue musiche per la danza possiamo immaginare sulla scena i costumi e le scene di Picasso visti nei musei, c’è poi l’emozione provata magari da bambini nell’ascoltare La sagra della primavera la prima volta in Fantasia di Walt Disney. Questa partitura, al suo esordio al Theatre des Champs- Elysées nel 1913 con le coreografie di Vaclav Nizinskij ha cambiato la storia e la percezione della musica rompendo con i canoni della tradizione e rivoluzionando il linguaggio musicale. E’ una partitura con una forza impetuosa, che ancora oggi suona dirompente, primordiale e insieme avveniristica, suoni che scavano dentro chi la ascolta lasciando storditi/e.

Nella seconda parte della serata si presenta in scena un solo pianoforte sistemato in proscenio a sinistra. I due pianisti sono qui ben visibili e i loro gesti e incastri di braccia sono essi stessi di danza e catturano l’attenzione, specie nell’attacco arcinoto de La sagra della primavera in cui sono ancora soli in scena. Sulle note del loro pianoforte compare quindi Davide Dato su cui ricade il peso specifico dell’interpretazione di questa straordinaria e visionaria musica. Per quanto Dato stia eseguendo una coreografia riesce a fare apparire la sequenza quasi come fosse improvvisata dando l’idea di un movimento istintuale e primordiale espressione di emozioni di base come la rabbia, lo smarrimento, la gioia, il terrore o il dolore, per quanto invece fosse codificato e impregnato di grande tecnica. Ha un aria divertita Davide Dato e spicca sui fortissimo della musica dei perfetti grand jetè. Vediamo linee nette, ogni gesto esprime un’idea di forza e vitalità. A più riprese il danzatore sembra giocare ad esempio a campana nella prima parte della coreografia, di schiena al pubblico a fondo palco. Sorprende l’esecuzione di passi difficoltosi quasi a rallenty, in una lentezza estrema che pare rendere il passo molto più difficoltoso del “normale” mentre si vede ogni muscolo che lavora nello sforzo della dilatazione temporale. Dato esegue, sempre in grande lentezza, equilibri complessi espandendosi in tutte le direzioni allungando linee e spingendo il movimento oltre i confini del corpo a riempire lo spazio. Appare alle prese con un’incessante lotta con l’ambiente circostante, per quanto sia solo a danzare su un palco vuoto, una lotta che lo porta a continue sconfitte a cui tuttavia reagisce per riscattarsi dallo scoramento con rapidi recuperi della forza per ritentare la sorte contro forze più grandi di lui che, nel finale, sembrano abbatterlo definitivamente lasciandolo steso a terra.

La coreografia risulta interessante, anche se ha alcuni momenti di debolezza, di vuoto su un palcoscenico occupato solamente dal pianoforte e dal corpo del danzatore che si staglia su un fondale inondato di luce azzurra verso il quale talora Dato si protende come a voler correre verso l’infinito, verso il futuro, verso un irraggiungibile luogo altro. Forse il costume poteva essere più importante pensando a costumi per i lavori stravinskiani firmati da importanti nomi del passato anziché fare indossare al solista una canottiera bianca e dei pantaloncini, o forse poteva non esserci affatto la canottiera lasciando solo un minimale pantaloncino al danzatore.

Complessivamente è risultato uno spettacolo riuscito, i musicisti hanno riscosso grandi ovazioni come del resto anche Davide Dato e tutto l’ensemble della prima parte della serata, la sala era piena con solo qualche posto vuoto per una data unica pomeridiana, il pubblico composto sia da habitué del Comunale che da giovani. Al termine è stato organizzato un aperitivo esclusivo per gli abbonati vip da un lato comprensibile benefit per chi sostiene in modo considerevole il proprio teatro, tuttavia stonato con il tentativo di far apparire il teatro di tutti e tutte e per tutti e tutte. Il teatro che si democratizza e si rende accessibile a tutte le età e tasche e il teatro come status symbol coabitano e forse non stonano come un accordo dissonante a cui abbiamo fatto l’orecchio.

La stagione danza proseguirà a settembre con La fille mal gardée presentato dal Teatro alla Scala. Buon estate.