Un’esclusione che sa di punizione per le Regioni amministrate dal centrosinistra. Si accende uno scontro politico e istituzionale sulle risorse destinate alle supplenze del personale Ata, da cui sono state escluse quattro regioni, l’Emilia-Romagna, la Toscana, l’Umbria e la Sardegna.
Sono 19 i milioni di euro stanziati a livello nazionale dal Ministero per coprire le supplenze temporanee, fondi pensati originariamente per supportare gli istituti nella complessa fase di riorganizzazione del dimensionamento scolastico.
Una decisione motivata ufficialmente dalla mancata approvazione autonoma dei piani regionali di ridimensionamento, ma che viene denunciata da più parti come una misura punitiva del Governo contro specifici territori.

L’esclusione di quattro Regioni di centrosinistra dai fondi per le supplenze Ata

La tesi dell’inadempienza regionale mostra infatti evidenti contraddizioni, in particolare nel caso dell’Emilia-Romagna. Nel territorio emiliano-romagnolo la riorganizzazione è stata comunque portata a termine attraverso l’esercizio del potere sostitutivo da parte dello Stato, che ha visto la nomina del Direttore generale dell’Ufficio Scolastico Regionale in qualità di commissario ad acta. Questa procedura ha condotto alla soppressione di 17 autonomie scolastiche, riducendo le sedi complessive da 532 a 515 in un solo anno. Il risultato è la creazione di plessi più grandi, con una marcata concentrazione degli studenti e un inevitabile aumento dei carichi gestionali ed amministrativi.

In questo scenario, il taglio dei fondi rischia di minare direttamente la quotidianità e l’operatività dei complessi scolastici. Nelle 515 istituzioni emiliano-romagnole attive si contano oltre 24mila classi per più di mezzo milione di studenti.
Un problema sensibile riguarda l’assistenza agli alunni con disabilità, cresciuti nell’ultimo anno scolastico di circa mille unità arrivando a superare quota 23mila e confermando un trend di crescita costante.
Le mansioni coperte dai collaboratori scolastici e dal personale amministrativo — che vanno dalla vigilanza alla pulizia, fino al supporto alla didattica inclusiva e alla gestione delle segreterie — affrontano già carenze d’organico strutturali e un tasso di precariato che sfiora il 30%.

La decisione di escludere questi istituti dalla ripartizione economica appare quindi difficilmente giustificabile sul piano dei reali bisogni organizzativi.
L’Unione Sindacale di Base sottolinea che egare le risorse proprio ai plessi che hanno subito l’accorpamento imposto dall’alto genera un corto circuito istituzionale, trasformando lo strumento dei fondi per il diritto allo studio in un terreno di scontro politico che rischia di penalizzare gli operatori e la qualità del servizio offerto agli studenti.
«L’inverno demografico che affronta la scuola potrebbe essere l’occasione per migliorare la qualità, ad esempio riducendo il numero di alunni per classe – osserva ai nostri microfoni Ernesta Bevar di Usb Scuola – Invece viene fatto pagare il conflitto tra istituzioni a lavoratrici e lavoratori, a famiglie e studenti».

ASCOLTA L’INTERVISTA A ERNESTA BEVAR: