Dopo l’annuncio di 243 licenziamenti su 558 lavoratori per lo stabilimento Saeco di Gaggio Montano, i lavoratori sono in lotta. Ieri uno sciopero immediato, questa mattina non sono entrati in fabbrica e, riuniti in assemblea, decidono le prossime mobilitazioni. Chiesto un tavolo di crisi regionale e l’intervento del governo. Fiom: “Piano inaccettabile che mette in ginocchio l’Alta Valle del Reno. L’azienda promise un piano di rilancio che non si è mai visto”.

Uno sciopero nel pomeriggio di ieri, subito dopo il tavolo in cui l’azienda – la multinazionale Philips, proprietaria del marchio Saeco – ha annunciato il proprio piano di esuberi. Uno sciopero e un’assemblea questa mattina, quando si decideranno le forme con cui far proseguire la mobilitazione. La richiesta urgente di un tavolo di crisi in Regione e, attraverso l’interrogazione di parlamentari di Sel, la richiesta dell’intervento diretto del governo.
Sono ore febbrili allo stabilimento Saeco di Gaggio Montano dopo l’annuncio del licenziamento di 243 operai su 558. Uno su due, secondo la proprietà, dovrebbero perdere il lavoro e questo per i sindacati è inaccettabile.

“L’azienda ci aveva promesso un piano di rilancio che non abbiamo mai visto – osserva Stefano Zoli, delegato della Fiom Cgil – Ci troviamo di fronte all’ennesima multinazionale che sfrutta il made in Italy solo per fare profitto”.
Negli ultimi tre anni, racconta il sindacalista, nello stabilimento sull’Appennino bolognese i volumi di produzione sono crollati. Si è passati dalla realizzazione di 300mila macchine per il caffé domestiche a non più di 100mila.
Un crollo del 65% che, per l’azienda, è dovuto all’andamento del mercato e allo spostamento degli acquisti verso prodotti più economici, mentre a Gaggio si realizzano macchine per il caffé di alta gamma.

“Vorrei sottolineare anche l’ipocrisia dell’azienda – continua Zoli – che ha prospettato la delocalizzazione della produzione nello stabilimento in Romania, che sostengono essere in grado di produrre anche macchinari di alta gamma”.
Un’ipotesi che, ovviamente, i sindacati respingono, sottolineando il know how degli operai dello stabilimento di Gaggio e le conseguenze che una decisione del genere potrebbe avere per l’intera Alta Valle del Reno, già messa in crisi da altre vertenze.