Si chiama ufficialmente “Daspo fuori contesto” la misura che, per la prima volta, fa capolino a Bologna. Applicata ad un attivista che aveva partecipato allo sciopero generale del 22 settembre contro il genocidio in Palestina, il provvedimento, al pari degli avvisi orali, è uno strumento repressivo discrezionale della Questura che scavalca gli impianti giudiziari e preclude un pieno diritto alla difesa e di poter scontare eventuali pene rendendo servizi sociali.
A denunciare la repressione che stanno subendo diverse lotte, da quella contro il genocidio a quella per la casa, è l’avvocata Marina Prosperi.
Il “Daspo fuori contesto” e le misure amministrative per la repressione
Il 22 settembre, in occasione del primo sciopero generale contro il genocidio a Gaza, a Bologna scesero in piazza 50mila persone. Il lungo corteo partì da piazza Maggiore e, dopo aver attraversato la città, si concluse con l’invasione della tangenziale e dell’autostrada.
È per quei fatti che un attivista si è visto comminare un “Daspo fuori contesto”. «Pur essendo consapevole che il contesto in cui si sono registrate le denunce non è quello sportivo – spiega Prosperi – la persona ritenuta pericolosa non deve andare alle manifestazioni sportive di calcio e basket. È la prima volta che il “Daspo fuori contesto” viene dato in relazione alle manifestazioni politiche».
La novità del Daspo fuori contesto, però, non è l’unica misura repressiva che viene adottata contro le lotte sociali. Nelle ultime settimane, infatti, a Bologna sono stati notificati 25 avvisi orali del questore ad altrettanti attivisti impegnati in battaglie per il diritto alla casa e altri contesti.
Il problema di queste misure, per l’avvocata, è che «vengono utilizzate come forme di controllo della libertà al di là del controllo giurisdizionale, cioè del controllo di un giudice, di una sentenza di condanna e di una pena, che potrebbe anche essere sospesa o scontata nelle forme dei servizi socialmente utili».
Il pericolo è che questi provvedimenti di natura amministrativa, presi da Questura o in alcuni casi da Prefettura, è che si proceda in modo fin troppo discrezionale rispetto a eventuali limitazioni di libertà.
«La nostra esperienza – sottolinea Prosperi – è che quando andiamo davanti al giudice, durante un dibattimento, portiamo le nostre ragioni e se c’è una pena c’è anche un bilanciamento di attenuanti e le motivazioni che hanno spinto le persone a tenere una condotta ritenuta lesiva della legalità. Questi procedimenti amministrativi, invece, saltano proprio questo impianto e vanno nella classica attività di repressione, in questo caso a seguito di manifestazioni politiche».
ASCOLTA L’INTERVISTA A MARINA PROSPERI:







