L’antropologo e ideologo di Occupy Wall Street David Graeber nel suo lavoro ha dedicato particolare attenzione alla capacità dei movimenti sociali di riconoscere le proprie vittorie. Evidentemente il problema è diffuso a diverse latitudini, almeno nel mondo occidentale, e l’Italia post-referendum costituzionale non fa eccezione. Anzi, si potrebbe dire che è un Paese che può fare scuola quanto a incapacità di godersi una vittoria, almeno per ventiquattro ore.
Appena emersa con chiarezza la vittoria del NO al referendum sulla riforma Nordio, sui social (collettore per antonomasia delle frustrazioni) sono apparsi distinguo, paternali e analisi critiche non dagli sconfitti, cosa che sarebbe stata comprensibile, ma degli stessi sostenitori dell’opzione vincitrice.
Referendum, perché gli italiani non sono stronzi
Tra i commenti per guastare la festa troviamo accuse di non aver votato nel merito del quesito, livore per la precedente tornata referendaria fallita (quella su Jobs Act e cittadinanza) e altre cose per eccepire sempre e comunque.
Per contro, a onor del vero, ci sono stati anche toni trionfalistici di chi dal voto a un referendum specifico e particolare immaginava, senza alcuna analisi dei flussi, l’inizio di una riscossa contro Meloni e la destra al governo. Quasi come se gli italiani fossero delle cellule dormienti dei soviet pronte a risvegliarsi al comando concordato, che evidentemente era il referendum sulla giustizia.
A mio modestissimo parere tutte queste reazioni, in un senso o nell’altro, trascurano molti elementi che aiuterebbero a inquadrare meglio, cioè senza eccessi di entusiasmo o di disincanto, quello che è accaduto.
Il primo dato è quello dell’affluenza. Se nella giornata di domenica i media hanno usato toni enfatici, come se si stesse registrando una partecipazione bulgara, il risultato finale è stato molto ridimensionato. Per quanto buona e sicuramente molto superiore all’affluenza per le elezioni politiche, una partecipazione al 59% non è straordinaria e, ad esempio, è inferiore di 6 punti rispetto alle precedenti votazioni analoghe, cioè il referendum costituzionale confermativo del 2016.
Il dato dell’affluenza, però, viene evocato in raffronto al referendum del giugno 2025 su lavoro e cittadinanza che non raggiunse il quorum. A votare, in quell’occasione, andò solo il 30% degli aventi diritto.
I due referenda, tuttavia, presentano profonde differenze. La prima, più macroscopica, è di natura tecnica, ma si traduce anche in comportamenti elettorali.
L’assenza del quorum per il referendum costituzionale confermativo, in particolare, paradossalmente costringe più persone ad andare a votare perché sottrae all’elettorato e ai partiti il potere del boicottaggio («andate al mare!»). Boicottare le urne, in questa particolare forma di referendum, significa con molta più certezza lasciare agli altri votanti il potere di decidere. Al contrario, il referendum abrogativo, che prevede il quorum, pone ai promotori un ostacolo di partenza che può essere utilizzato per far saltare il banco.
Non è quindi corretto affermare che gli italiani sono degli stronzi perché votano solo temi che non incidono sulle condizioni materiali (ammesso che la riforma della giustizia non incidesse). Per quanto non sia l’unico elemento, molto dipende anche dalla natura della consultazione.
Un secondo elemento, sempre legato all’affluenza, sta nel tempismo. I referendum promossi dalla Cgil sul lavoro, che chiedevano l’abrogazione di parti del Jobs Act, sono arrivati a dieci anni dall’approvazione della legge. Ben diverso fu, nel 2011, l’esito dei quesiti referendari sull’acqua pubblica, il nucleare e il legittimo impedimento. La consultazione fu promossa a poco tempo di distanza dall’approvazione delle leggi che si chiedeva di abrogare. Ciò dipende ovviamente da una ragione “emotiva” che poco ha a che fare con il raziocinio che bisognerebbe utilizzare nelle urne, ma chi promuove consultazioni dovrebbe comunque tenerne conto.
Si può affermare che gli italiani abbiano più a cuore l’acqua pubblica rispetto al lavoro? O che il legittimo impedimento faccia più da traino della cittadinanza?
Nel repertorio dei commenti antipopolari su qualunque esito referendario, poi, c’è la questione tecnica. Gli italiani, secondo l’analisi di questi critici, non capiscono nulla né di giustizia, né di lavoro, né di ambiente, né di qualunque altro tema su cui sono chiamati ad esprimersi. L’opinione tecnocratica, quindi, è che non dovrebbero votare.
A ben vedere, questa posizione è più politica che tecnica: l’avversione è verso uno strumento di democrazia diretta, contro il quale si adducono tesi (l’ignoranza) basate su un cliché non necessariamente verificato in modo scientifico. Ma soprattutto basato su un presupposto antidemocratico che confonde la forma con la sostanza.
Referendum, perché gli italiani non sono soviet
Altro tema che genera una produzione corposa di commenti è la natura del voto che si è registrato domenica e ieri. Voto politico? Voto tecnico? È un segnale di qualcosa?
Di sicuro, nel novero delle reazioni c’è quella di chi, sconfitto alle urne nelle elezioni politiche, si aggrappa al voto referendario per intestarsi la vittoria e immaginarsi un esercito pronto a seguirlo.
Premesso che ognuno può scegliere la forma di onanismo che preferisce, se il cosiddetto campo largo pensa di contare sul 54% degli italiani, cioè tanti quanti hanno votato “No” al referendum, compie l’ennesimo identico errore.
Le linee di analisi dei flussi toccano temi anagrafici, geografici, ma anche di comportamento elettorale. È evidente che al referendum abbiano votato più di quanti si presentino alle urne
per le elezioni politiche, europee o comunali. La quota viaggia almeno sul 15%, forse qualcosa di più. Ciò significa che il problema rimane la classe politica, i partiti, i loro programmi. La partecipazione al voto per un referendum costituzionale non si tradurrà nella rinnovata partecipazione a elezioni politiche. Di certo non accadrà se i partiti non cambieranno radicalmente le loro linee e i loro volti.
Poiché abbiamo già visto queste dinamiche molte volte, la sensazione è quella di trovarsi in un loop distopico, dove sistematicamente le speranze e le aspettative vengono tradite.
C’è poi un ulteriore elemento. Decenni di propaganda liberista bipartisan non possono essere cancellati con una campagna elettorale né con una tornata referendaria.
La mutazione genetica instillata negli italiani è di natura culturale ed è cominciata almeno trent’anni fa, nell’epoca berlusconiana e attraverso i suoi media.
La cosa più grave di questo processo è che la cosiddetta sinistra, quella liberal e socialdemocratica, è stata subalterna, ha praticato lo stesso terreno di gioco e facendo spesso peggio dei padroni di casa, non ha disegnato alcun immaginario alternativo. E ora ci vorrebbero altri decenni di lavoro costante e quotidiano per riprogrammare quel dna modificato.
È per questa ragione che gli italiani che ieri hanno salvato la Costituzione non sono certo dei soviet.







