La Commissione europea contro il razzismo e l’intolleranza (Ecri), organismo anti-razzismo e intolleranza del Consiglio d’Europa, accusa le forze dell’ordine italiane per razzismo e profilazione razziale, soprattutto sulle comunità rom e sulle persone di origine africana. È il risultato del quarto rapporto del Consiglio, dedicato all’Italia, che raccoglie dati fino all’aprile 2024 ed è stato pubblicato il 22 ottobre.
Secondo Strasburgo l’esercizio della violenza razzista a livello istituzionale è aggravvato da una mancata consapevolezza della portata del problema. Non sorprende quindi che il vicepremier e ministro degli Affari esteri Antonio Tajani, la premier Giorgia Meloni e il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella si siano dichiarati sorpresi dal rapporto, esprimendo il proprio appoggio e solidarietà verso la dedizione e il lavoro delle forze dell’ordine italiane.
Il rapporto sul razzismo istituzionale in Italia e la negazione del problema
«Purtroppo il razzismo viene riconosciuto solo quando è il singolo individuo a compierlo – commenta ai nostri microfoni Oiza Q. Obasuyi, giornalista, esperta di diritti umani, migrazioni e relazioni internazionali e autrice di “Corpi estranei. Il razzismo rimosso che appiattisce le diversità” – penso ad esempio a quanto è successo a Macerata con Luca Traini, il fascista che è andato a colpire persone in quanto nere. Quando invece è la polizia o altre barriere fisiche per le persone razzializzate, come le questure con i permessi di soggiorno, si va in una dimensione di difesa».
Secondo il rapporto appena pubblicato, in accordo con l’Onu e l’Ue, non si tratterebbe solo di stereotipi, ma di azioni concrete delle forze dell’ordine, come: veri e propri abusi verbali, sottrazione dei documenti alle persone migranti, o violenza fisica sulle persone rom o di altre origini. È molto probabile, commenta Obasuyi, «che ci sia già una sottorappresentazione del fenomeno a livello statistico, essendo l’Unar (Ufficio Nazionale Antidiscriminazioni Razziali, organo dello stato italiano deputato alla rimozione delle discriminazioni razziali e culturali) non operativamente autonomo, ma sotto lo scrutinio del dipartimento per le pari opportunità, attualmente affidato alla ministra Eugenia Roccella».
A questo si aggiunge un altro livello di discriminazione «per cui si muore» che va ad attaccare le persone razzializzate: ossia l’eccessiva applicazione di custodia cautelare o della cauzione della libertà, che si unisce a doppio filo alle condizioni disumane delle carceri italiane, denunciate anni addietro sempre dall’Ecri e dall’associazione Antigone. La mancata decostruzione del razzismo e quindi della violenza istituzionale che ne deriva, dalla difficoltà nella regolarizzazione dei documenti e del lavoro per le persone migranti, alla violenza delle forze dell’ordine per passare al difficile riconoscimento di chi è nato in Italia da genitori migranti è la spinta principale alla marginalizzazione delle persone razzializzate.
Il caso di Moussa Diarra, ventiseienne di origine malese ucciso a colpi di pistola alla stazione di Verona da un agente della polizia che il giovane aveva tentato di aggredire con un coltello, è emblematico. Arrivato 8 anni fa in Italia con lo status di rifugiato, Diarra era passato per varie strutture di accoglienza, e attraverso il lavoro nei campi era riuscito ad ottenere e rinnovare nel tempo prima un permesso umanitario e poi un permesso di protezione speciale, che si sarebbe dovuto rinnovare lo scorso 10 ottobre. Alle difficili condizioni di vita, si era aggiunta la morte del padre in Mali, che Diarra non era potuto andare a trovare per mancanza di soldi. Il poliziotto che ha sparato tre colpi di pistola, indagato con l’ipotesi di eccesso colposo in legittima difesa, ha dichiarato di essersi trovato costretto ad agire, trovando appoggio sia dal centrodestra veneto, che da tempo evidenziava l’emergenza sicurezza in stazione, che dal ministro Salvini, che commenta la morte di Diarra con un «Non ci mancherà».
Ciò che manca invece è una decostruzione profonda del razzismo italiano, a livello sistemico, storico e culturale. «Abbiamo avuto un risveglio, a livello di consapevolezza, solo nel 2020 per un omicidio dall’altra parte dell’oceano», commenta Obasuyi in merito alla rabbia e alle proteste che l’uccisione di George Floyd ha scatenato. «La storia, quella americana, quella francese, sono diverse dalla nostra, ma non c’è mai stata una presa in carico, a parte le élite accademiche che si occupano della questione, della mancata decostruzione del colonialismo italiano e quindi del razzismo in Italia, anche a livello culturale. Bisogna ripartire dalle scuole».
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