Sono salpate ieri mattina dal porto di Augusta (Siracusa) oltre 60 imbarcazioni della Global Sumud Flotilla, con l’obiettivo di rompere il blocco navale imposto da Israele e portare aiuti alla popolazione della Striscia di Gaza.
L’ultima missione della Flotilla, iniziata a settembre dello scorso anno, ha visto la partecipazione di numerosi convogli da ogni parte del mondo, per un totale di 51 navi. Diverse imbarcazioni sono state attaccate in acque internazionali, ed entro inizio ottobre tutte le navi sono state abbordate dalla Marina militare israeliana, per poi essere trasportate al porto di Ashdod. Gli attivisti sono stati identificati e trasferiti in una prigione ad alta sicurezza, con l’accusa di essere entrati in Israele illegalmente, sebbene l’abbordaggio fosse, appunto, avvenuto in acque internazionali. Diversi membri dell’equipaggio, una volta tornati a casa (dopo l’offerta di espulsione “volontaria” da Israele) hanno testimoniato di aver subito abusi verbali e fisici durante il periodo di detenzione.
La nuova missione della Global Sumud Flotilla, per spezzare il blocco e contribuire alla “ricostruzione”
«A Gaza la situazione non è cambiata, continua ad essere in corso un genocidio, anche se l’intensità bellica è diminuita. Gli esperti parlano di “genocidio a bassa intensità”, un’espressione gelida per dire che muoiono un po’ meno persone. Ma comunque dal cessate il fuoco di ottobre Israele ha ucciso oltre 800 palestinesi», ha commentato Maria Elena Delia, la portavoce della Flotilla, ai nostri microfoni.
L’esercito israeliano occupa, di fatto, il 60% della Striscia di Gaza, mentre i palestinesi sono costretti a vivere ammassati nelle tendopoli nel restante 40%, senza acqua potabile, cibo, farmaci e servizi igienici. Il primo obiettivo della Flotilla, come di consueto, è quello di portare cibo e farmaci dentro la Striscia, rompendo il blocco navale israeliano. Quest’ultimo è stato dichiarato illegale dalle Nazioni Unite e dalla Corte penale internazionale, in quanto impone, di fatto, una punizione ad una popolazione civile.
«Questa volta – ha spiegato d’Elia – abbiamo un obiettivo aggiuntivo: abbiamo a bordo tantissimi professionisti tra cui medici, infermieri, educatori, ingegneri, che hanno intenzione di scendere e rimanere a Gaza, per contribuire a quella che ci viene venduta come la “fase della ricostruzione”. Se veramente c’è la pace come dicono, i membri del nostro equipaggio sono disposti a scendere ed aiutare».
Rimane sempre l’incognita di come si comporterà Israele. Le imbarcazioni potrebbero essere abbordate in acque internazionali, come ha fatto tutte le volte, fatta eccezione per la Flotilla del 2008. Secondo d’Elia, però, «questo sarà tanto meno probabile quanto più ci saranno mobilitazioni, presidi e supporto da terra. L’anno scorso è stato il sostegno popolare a proteggerci».
La missione dell’anno scorso ha destato un risveglio civile dopo due anni dall’inizio del genocidio. L’attacco alla Flotilla è stato proprio l’occasione per i due scioperi generali, il primo il 22 settembre e il secondo il 3 ottobre, che hanno portato in piazza in Italia almeno due milioni di persone. Secondo d’Elia, «in questo momento storico, in cui stiamo assistendo ad una deriva imperialista senza precedenti, sono le iniziative dal basso ciò che aiuta a risvegliare le coscienze».
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