L’ondata di calore che sta attanagliando l’Europa ha un impatto anche sui consumi energetici. Nei territori di Milano e Torino da giorni si registrano blackout dovuti all’impennata dei consumi energetici legati all’utilizzo diffuso di condizionatori. La Francia ha dovuto sospendere la produzione energetica delle centrali nucleari perché l’acqua utilizzata per il raffreddamento degli impianti, proveniente dai fiumi, è troppo calda.
In altri termini, attualmente gli strumenti per difendersi dall’impatto della crisi climatica non sembrano adeguati. E il paradosso è che rischiano di aggravarla dal momento che in molti Paesi la stessa produzione energetica è realizzata con combustibili fossili che emettono gas climalteranti.

Ondate di calore e climatizzazione: l’energia nella crisi climatica

Secondo i dati ufficiali, il fabbisogno energetico dell’Italia nel 2025 è stato di circa 311 terawattora, di cui 128 prodotti in modo rinnovabile. Ciò significa che in Italia il 59% dell’energia è ancora prodotta con fonti fossili.
Da alcune stime emerge che se tutte gli oltre 26 milioni di famiglie presenti nel nostro Paese utilizzassero sistemi di climatizzazione, solo nei mesi più caldi il fabbisogno energetico si attesterebbe sui 10-12 terawattora, che rappresenta il 17% dei soli consumi elettrici. Se questa energia fosse tutta prodotta da fonti fossili, l’utilizzo di climatizzatori genererebbe tra i 4,8 e i 12 milioni di tonnellate di CO2 rilasciati in atmosfera. Senza considerare che la potenza delle reti dovrebbe essere aumentata del 50%.

Se l’ondata di calore sta facendo emergere con forza il tema delle disuguaglianze, è evidente che la soluzione non può passare solo attraverso la climatizzazione di tutte le case. Senza considerare che nel calcolo precedente mancano tutti gli edifici, sia pubblici che privati, che assorbono altrettanta energia.
Gli esperti indicano che l’approccio alla crisi climatica deve tradursi in due azioni: mitigazione e adattamento. Ciò che bisogna evitare, però, è che l’adattamento vanifichi la mitigazione, cioè che gli strumenti per difendersi da fenomeni estremi come le ondate di calore aggravino le cause della crisi climatica, cioè le emissioni climalteranti di natura antropica.

Nel capitolo della mitigazione, in particolare, la questione energetica occupa un posto rilevante. La produzione e l’utilizzo di energia, infatti, sono responsabili di circa il 75% delle emissioni globali di gas serra, rendendo il settore energetico il principale motore del cambiamento climatico.
Le strategie per ridurre le temperature urbane sono molteplici, ma restando all’utilizzo di climatizzatori per difendersi dal caldo estremo, è importante che le fonti energetiche che li alimentano non vadano a incrementare il problema. Ecco perché occorrerebbe un piano che faccia in modo che i maggiori consumi prodotti dall’utilizzo della climatizzazione vengano assorbiti dalla produzione energetica rinnovabile.

Una risposta collettiva: le comunità energetiche

In questo discorso non c’è però solo una questione tecnica. Il punto è anche molto politico e sociale. In assenza di pianificazioni e politiche pubbliche, la difesa dalla crisi climatica resta un aspetto individuale, in cui si manifestano pesantemente le disuguaglianze di natura economica e geografica. Chi è più ricco potrà mantenere un certo livello di benessere anche se fuori l’atmosfera è rovente, chi non ha i mezzi patirà o addirittura morirà. Non è allarmismo: secondo l’Oms in una sola settimana dell’attuale ondata di calore i decessi connessi in Europa sono stati 1300.
In questo contesto, quindi, appare necessario che per garantire il diritto alla vita e alla salute la risposta debba essere collettiva, non individuale.

In questa chiave esistono già delle risposte, che potrebbero essere estese e sistematizzate. Si tratta delle comunità solari o comunità energetiche, modelli di condivisione dell’energia in cui cittadini, imprese ed enti pubblici si uniscono per produrre, consumare e gestire localmente energia elettrica pulita.
Attraverso la produzione collettiva e la condivisione in rete di energia rinnovabile, si può coprire l’aumento di fabbisogno e, al tempo stesso, ciò può essere fatto senza contribuire ad aggravare la crisi climatica e mantenendo criteri solidali, che riducono o eliminano le disuguaglianze.

Ai nostri microfoni Leonardo Setti, ricercatore dell’Università di Bologna e presidente dell’associazione Centro per le Comunità Solari snocciola alcuni dati. Già oggi i due milioni di impianti fotovoltaici sui tetti italiani producono 30 terawattora all’anno, più dei 22 prodotti dalle 6mila pale eoliche. Ma mentre per raddoppiare la produzione eolica dovrebbero essere installate altre 6mila pale, per raddoppiare la produzione di energia da fotovoltaico bisognerebbe convincere appena il 4% degli utenti a installare un impianto. È quella infatti la quota di edifici italiani che ha pannelli sui propri tetti attualmente. «Le potenzialità sono enormi – sottolinea Setti – perché appena l’8-10% degli utenti potrebbero produrre 60 terawattora», cioè il 20% dell’attuale fabbisogno annuale.

Attraverso le comunità energetiche, inoltre, la sicurezza sarebbe più garantita per una questione tecnica. I cavi dell’alta tensione che trasportano molta energia proveniente dalle grande centrali sono quelli che si stanno surriscaldando in questi giorni, generando blackout. I fili di piccoli impianti locali, invece, trasportano meno energia, essendo meno soggetti ai problemi che si stanno presentando.
Questo cambio di approccio alla produzione energetica, però, dovrebbe produrre anche cambiamenti normativi. «Sul tavolo del ministro Picheto Fratin c’è già una proposta di legge che chiede che l’energia prodotta dalle comunità energetica venga trattata in maniera diversa rispetto all’energia prodotta della grande rete di distribuzione, cioè costare meno ai cittadini, perché sostanzialmente se la producono e consumano da soli. Quindi è una sorta di bene comune o di comunità».

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