Sharaf Ramadan Meckemar Hassan aveva ventuno anni quando è morto. Di origini egiziane, tossicodipendente, detenuto in un carcere ordinario malgrado la pubblica accusa avesse chiesto il trasferimento in un carcere minorile perché aveva meno di diciotto anni quando commise il reato per cui stava scontando la pena detentiva – il possesso di una piccola quantità di hashish. Prima di morire aveva raccontato di essere stato pestato da alcuni agenti della polizia penitenziaria «che gli avrebbero provocato lesioni per tutto il corpo e con molta probabilità gli avrebbero lesionato il timpano dell’orecchio sinistro in quanto non riusciva più a sentire bene». Il 31 luglio del 2018 Hassan si è suicidato in carcere, impiccandosi nella sua cella. Gli restavano solo quarantotto giorni di prigione prima di estinguere la pena.

Il caso di Sharaf Ramadan Meckemar Hassan non è un’eccezione nel carcere Mammagialla di Viterbo, quello in cui era recluso, almeno stando agli esposti presentati dal Garante dei diritti dei detenuti del Lazio Stefano Anastasia. Secondo il Garante ben otto detenuti avrebbero subito pestaggi in quel carcere. Nelle carte, riportate dagli organi di stampa, si leggono racconti come questo: «il 13.12.2017 a seguito di un diverbio con alcuni agenti [un detenuto N.d.R.] era stato trasportato presso le scale dell’istituto e lì un gruppo di circa dieci agenti di polizia penitenziaria lo avrebbe picchiato [..] riferiva poi che era stata molto violenta: lo avrebbero colpito con calci e pugni su tutto il corpo».

Nonostante gli esposti del Garante e le denunce degli avvocati difensori di Hassan, però, le conseguenze giudiziarie son state ben poche. Tanto che ieri il Gip di Perugia Valerio D’Andria – competente nei casi di denuncia penale a carico della magistratura laziale – ha ordinato alla procura cittadina di riaprire le indagini precedentemente archiviate sull’operato dei colleghi di Viterbo, che non dando seguito agli esposti del Garante avrebbero commesso il reato di rifiuto d’atti d’ufficio (articolo 328 del codice penale). Il Gip non accusa i magistrati viterbesi – non è nelle sue competenze – e ha confermato l’archviazione delle accuse rispetto ad un magistrato in prima battuta denunciato come responsabile dei fatti. Ma allo stesso tempo ritiene che gli eventi ricostruiti siano tali da meritare verifica da parte della procura, e chiede di aprire un fascicolo a carico – per ora – di ignoti. «L’esposto presentato dal Garante dei detenuti faceva riferimento ad una pluralità di episodi violenti che avevano interessato numerosi detenuti e per i quali era quantomeno ipotizzabile il delitto di cui all’articolo 571 c.p. [ovvero l’abuso dei mezzi di correzione o disciplina Nd.R.]». Tra gli eventi finiti sotto la lente del Gip, alcuni hanno quasi dell’incredibile. Ad esempio l’esistenza di un certificato medico che attesta l’idoneità al regime di isolamento ordinario di Hassan. Un certificato per il quale nessuna indagine è mai stata aperta a carico del medico che lo ha compilato. Altro aspetto considerato meritevole di approfondimento dal giudice perugino è la tempistica. Quando la procura di Viterbo decise di archiviare il caso Hassan, le parti civili si opposero. L’udienza a proposito fu fissata a quasi cinque anni di distanza – dal 2019 al 2024 – e solo dopo un ricorso anticipata di due anni. Una decisione secondo il Gip «fortemente indicativa di un atteggiamento di rifiuto doloso».

LE REAZIONI

«Questa vicenda conferma come organismi di monitoraggio come quello del Garante dei detenuti siano fondamentali per verità, giustizia e accertamento dei fatti. Poi va detto che siamo di fronte a fatti che andranno verificati ma gravi, su cui bisogna andare fino in fondo. Dal 2017 abbiamo finalmente la legge necessaria per punire casi di tortura che fossero rinvenuti a termine di un processo. Da quando è entrata in vigore abbiamo già dieci casi a processo o addirittura conclusi con condanne di tortura dentro le carceri italiane». A commentare la notizia ai nostri microfoni è Riccardo Noury, portavoce di Amnesty International Italia. «Gli esposti per violenze nelle carceri avvengono regolarmente – non solo da parte dei garanti. Che poi questi esposti vengano recepiti con tempestività e diano luogo ad indagini indipendenti ed approfondite è un altro discorso. Nel caso di cui stiamo parlando si ravvisa un altro modo per ostacolare la giustizia: rinvii su rinvii col rischio che il tempo passi e queste storie vengano dimenticate».

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La palla torna ora ai magistrati di Perugia, che dovranno indagare nuovamente sui colleghi di Viterbo. La decisione non piace però ai sindacati di polizia penitenziaria. Almeno così sembra a giudicare da un passaggio di un recente comunicato stampa firmato da Sappe, Osapp, Sinappe, Cnpp, Uspp, Cisl, Uil – tutte le organizzazioni del settore ad esclusione della sola Cgil. In questa nota congiunta, relativa ad un’altra vicenda, la presunta aggressione ai danni di un poliziotto da parte di un detenuto, i sindacalisti scrivono: «altro che garante dei detenuti, qui lo Stato dovrebbe prevedere il garante della polizia penitenziaria, quello della legalità, quello dalla parte giusta. Siamo continuamente sotto le aggressioni fisiche, che fanno coppia a quelle mediatiche». E ancora «Non manca mai l’intervento sulla stampa, specie sotto elezioni (ci sono le date che parlano basta andare indietro nel tempo), del signor garante, o suo collaboratore, che butta fango sul reparto di Viterbo».

Accuse quelle dei rappresentanti della polizia penitenziaria che il Garante Stefano Anastasia – lo stesso da cui tutta la vicenda del carcere di Mammagialla era partita – respinge al mittente. «Ritengo sia mio dovere istituzionale denunciare ogni segnalazione di possibile reato, e dovrebbe essere dovere deontologico dei sindacati rappresentare la parte sana della polizia penitenziaria – che è sicuramente maggioritaria – e unirsi a me e al Gip di Perugia nel chiedere verità e giustizia. Questo dovrebbero fare dei sindacati che abbiano a cuore gli interessi dei loro rappresentati».

«Il caso di Hassan è stato un’enormità per molti aspetti» continua Anastasia «quando l’udienza per la discussione sull’archiviazione o meno della sua vicenda venne fissata a distanza di cinque anni dissi che tanto valeva quel tribunale dichiarasse fallimento e chiudesse i battenti».

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Lorenzo Tecleme