Le parole pronunciate dal sindaco di Milano Beppe Sala all’indomani dello scontro che si è consumato all’interno del centrosinistra in Consiglio comunale sull’ordine del giorno relativo al gemellaggio con Tel Aviv, rivelano qualcosa di più di una divergenza su una questione specifica.
«Qualcosa si è rotto», ha detto il primo cittadino e il riferimento era all’azionista di maggioranza della coalizione, il Partito Democratico. Sebbene la battaglia contro il gemellaggio con la capitale israeliana, simbolo delle violazioni dei diritti umani e del genocidio in Palestina, sia stata animata principalmente dai Verdi, anche all’interno dei dem c’è chi non ha gradito, per usare un eufemismo, la prova di forza arrivata dal primo cittadino per mantenere attiva la partnership. Al punto che la capogruppo Pd a Palazzo Marino, Beatrice Uguccioni, ha affermato che la volontà del Consiglio sulla materia è stata bocciata «ai piani alti».

Beppe Sala, la frattura col centrosinistra e le elezioni comunali a Milano

Per quanto simbolicamente rilevante, la questione del gemellaggio con Tel Aviv non è l’unica fonte di tensione all’interno del centrosinistra e nei confronti della giunta guidata da Sala.
L’inchiesta sull’urbanistica che ha coinvolto l’ormai ex assessore Giancarlo Tancredi è stata una picconata di fiducia verso l’esecutivo milanese, anche se la coalizione ha deciso di continuare a sostenere il sindaco, ma non senza malumori.
«Per comprendere bisogna risalire all’estate scorsa – osserva ai nostri microfoni il giornalista Andrea Cegna – quando, nella vicenda del “Modello Milano”, Sala ha promesso una discontinuità che poi non c’è stata».

Al tema dell’urbanistica si è aggiunto poi il tema della Palestina, con la promessa di sospendere il gemellaggio in caso fosse stata violata la tregua in Medio Oriente. Ma il punto è che una vera tregua non c’è mai stata. Infine la provocazione della Brigata Ebraica il 25 aprile in piazza.
«Ad essersi rotto – continua Cegna – è un progetto politico del centrosinistra di unità, che ha visto Sala come giocatore fuori dagli schemi, non solo dei partiti ma anche da quell’asse di maggioranza che avrebbe dovuto appoggiarlo o contenerlo».

Sullo sfondo di tutta la situazione attuale c’è l’appuntamento della primavera 2027, quando a Milano si terranno le elezioni comunali. In città ci sono già diverse forze che cercano di condizionare gli assetti della coalizione stessa, la candidatura a sindaco e il programma elettorale.
Sintetizzando un po’, nel centrosinistra come successore di Sala si è fatto avanti Pierfrancesco Maiorino, attualmente consigliere regionale, considerato figura in discontinuità con le politiche di Beppe Sala. Per contro, c’è chi caldeggia la candidatura di Mario Calabresi, che a Milano avrebbe un controverso peso simbolico data la sua storia famigliare, e che sarebbe considerato più in linea con l’ala moderata e riformista del Pd e di altre forze.
Un recente sondaggio di YouTrend afferma che Maiorino vincerebbe le primarie e le elezioni al primo turno, mentre Calabresi sarebbe costretto a un secondo turno con la destra.

Il giornalista spiega che Maiorino e Calabresi sono solo due degli otto nomi che circolano per eventuali primarie nel centrosinistra, tra i quali anche quello della vicesindaca Anna Scavuzzo, ma che si tratta allo stato attuale più di iniziative personali che di candidature sostenute da pezzi di partito o società civile.
Ma dopo l’ultimo strappo c’è una domanda che aleggia su Milano e sull’Amministrazione guidata da Beppe Sala: «ci sarà un’accelerazione verso una sfiducia e la fine anticipata del mandato o si arriverà a conclusione?», osserva Cegna.

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