Il controllo giudiziario chiesto dalla Procura di Milano per due aziende di moda milanesi – la Dama spa che ha come amministratore Andrea Dini, cognato del governatore della Lombardia Attilio Fontana, e la Aspesi – è solo l’ultimo in ordine di tempo che riguarda procedimenti giudiziari per sfruttamento e caporalato.
Il settore della moda era già finito sotto la lente dei magistrati, che da Prato avevano già disposto misure analoghe per un’altra società, Piazza Italia. Ma è sicuramente il settore delle consegne a domicilio quello che aveva suscitato più clamore, con il controllo giudiziario disposto per Glovo e Deliveroo.
Cinque casi, alcuni dei quali riguardano multinazionali, in poche settimane sono un segnale preoccupante di un sistema economico in cui lo sfruttamento e il caporalato non sono un’eccezione, ma una vera e propria strategia per massimizzare i profitti a scapito dei diritti e della dignità del lavoro.
A colpire è anche la latitanza e la connivenza della politica, che nel caso del delivery non ha ancora recepito la direttiva europea per i diritti dei riders e, nel caso della moda, ha cercato di mettere in piedi un sistema di auto-certificazione con uno scudo penale per chi firma una dichiarazione di facciata.
Dama spa e le altre, caporalato e sfruttamento nel made in Italy
La situazione che ha portato la Procura di Milano, in particolare il pm Paolo Storari e la collega Daniela Bartolucci, a chiedere il controllo giudiziario per Dama spa riguarda lo sfruttamento di manodopera cinese in stato di bisogno. Gli accertamenti hanno riguardato 46 operai, tutti irregolari, che erano sottoposti a turni di lavoro di 14 ore al giorno, sette giorni su sette, impiegati in appalto per la produzione di capi del marchio Paul&Shark. Le paghe, misere, sono state ritenute in contrasto con la contrattazione collettiva e con i principi costituzionali. Anche le condizioni abitative riservate ai lavoratori erano degradanti: dormitori privi di luce e aerazione e soggetti a sorveglianza.
Condizioni di cui il committente era a conoscenza, ma su cui non è intervenuto.
Ai nostri microfoni Marta Fana, ricercatrice e autrice del libro “Non è lavoro, è sfruttamento”, sottolinea che non sono solo la moda e il delivery al centro di azioni giudiziarie per sfruttamento. Dal 2016 ad oggi si sono registrate inchieste che hanno riguardato anche la grande distribuzione organizzata, la logistica e il settore della vigilanza privata.
«L’importanza di queste grandi inchieste giudiziarie – commenta Fana – è che ci restituisce un sistema di organizzazione della produzione che si basa su esternalizzazioni parziali o totali che si nutre di sfruttamento e caporalato. Come sottolineano gli atti giudiziari, questi fenomeni non sono il risultato di una deviazione di un manager cattivo, ma sono proprio atto costituente dell’attuale organizzazione della produzione».
La ricercatrice sottolinea che il lavoro subisce gli effetti della produzione e quest’ultima è stata frammentata e disintegrata, sia verticalmente che orizzontalmente, allo scopo di sfruttare il lavoro attraverso l’abbattimento del costo, l’intensificazione dei turni, la manomissione della sicurezza sul lavoro approfittando dello stato di bisogno delle persone. È proprio quest’ultimo aspetto ad aver configurato il reato di caporalato.
Particolarmente pernicioso si conferma il sistema degli appalti, utilizzato proprio per frammentare la produzione e massimizzare i profitti, nel quale si annida lo sfruttamento.
«I committenti sanno – sottolinea Fana – perché ci sono le evidenze fattuali secondo cui effettuano sopralluoghi, ma chiudono gli occhi davanti agli orrori perché interessati solo alla qualità del prodotto».
Ci sono infine ulteriori due elementi importanti che emergono da queste inchieste. Il primo riguarda la prevalenza di lavoratori stranieri vittime di sfruttamento e caporalato. Ciò è possibile sopratutto per il particolare stato di bisogno che riguarda questa categoria di persone, vincolati al lavoro per poter ottenere e rinnovare il permesso di soggiorno.
Il secondo è la milionaria evasione contributiva di grandi società, che sottrae risorse al sistema pensionistico e allo stato sociale del Paese.
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