La privatizzazione della sanità italiana non è uno scenario futuro né una previsione pessimistica: è una realtà già in corso. A denunciarlo, dati alla mano, è la Fondazione Gimbe. «Non serve cercare un piano occulto di smantellamento del Servizio sanitario nazionale: basta leggere i numeri», afferma il presidente della Fondazione Nino Cartabellotta. Ed è proprio dall’analisi dei numeri che emerge un quadro inequivocabile: il progressivo indebolimento della sanità pubblica ha spalancato la strada a una molteplicità di attori privati, mentre cresce il peso della spesa sostenuta direttamente dalle famiglie. In appena sette anni il ricorso al privato puro è aumentato del 137%.

Sanità privata: spesa oltre i 41 miliardi, aumentano le rinunce alle cure

Dal rapporto di Gimbe emerge che la spesa sanitaria out-of-pocket – cioè a carico dei cittadini – ha raggiunto nel 2024 i 41,3 miliardi di euro, pari al 22,3% della spesa sanitaria totale. È dal 2012 che l’Italia supera stabilmente la soglia del 15% indicata dall’Oms, limite oltre il quale l’accesso equo alle cure è seriamente compromesso. Ma la crescita della spesa privata non fotografa tutta la realtà: cresce anche il numero di persone che rinunciano alle cure. Dal 2022 al 2024 sono passati da 4,1 a 5,8 milioni i cittadini costretti a rinunciare a visite, esami o prestazioni sanitarie per motivi economici, un dato che riflette anche l’aumento della povertà assoluta e relativa nel Paese.

Dai dati del Sistema Tessera Sanitaria emerge anche chi beneficia della spesa privata: nel 2023, su 43 miliardi spesi dalle famiglie, 12,1 miliardi sono finiti alle farmacie, 10,6 miliardi ai professionisti sanitari, 7,6 miliardi alle strutture private accreditate e 7,2 miliardi al privato “puro”, cioè non convenzionato. «Questi numeri mostrano che un numero crescente di cittadini esce dal perimetro delle tutele pubbliche e si rivolge direttamente al mercato», sottolinea Cartabellotta.

Sul fronte dell’offerta di prestazioni, il quadro è altrettanto chiaro: il privato accreditato è diventato centrale in molte aree dell’assistenza sanitaria. Su 29.386 strutture censite dal Ministero della Salute nel 2023, il 58% appartiene al settore privato accreditato. La loro presenza è dominante nelle Rsa (85,1%), nella riabilitazione (78,4%) e nei servizi semiresidenziali (72,8%). Anche nell’ambito dell’assistenza specialistica ambulatoriale il privato supera il pubblico, rappresentando il 59,7% delle strutture.
Negli ultimi tredici anni le strutture pubbliche si sono ridotte più velocemente di quelle accreditate: gli ospedali pubblici e gli ambulatori hanno perso rispettivamente il 14,1% e il 5,6% delle strutture, contro il -7,6% e -2,5% registrato nel privato. In settori chiave come la residenzialità, invece, il privato accreditato cresce addirittura del 41,3% mentre il pubblico arretra quasi del 20%.

Nonostante questo ruolo crescente, la quota di spesa pubblica destinata al privato convenzionato, pur aumentata in valore assoluto (28,7 miliardi nel 2024), rappresenta oggi il minimo storico in termini percentuali: solo il 20,8% della spesa sanitaria totale.
«Alcune Regioni hanno favorito un’espansione del privato senza adeguare le risorse – commenta Cartabellotta – generando squilibri, tensioni sui tetti di spesa e contratti rivisti al ribasso». Spicca inoltre il divario territoriale: Lazio, Puglia e altre quattro Regioni superano il 22% di spesa destinata al privato convenzionato, mentre la Valle d’Aosta si ferma al 7,7%.

Il boom della sanità privata pura: in sette anni +137%

La tendenza più preoccupante per Gimbe resta però l’esplosione del privato non convenzionato. Tra il 2016 e il 2023 la spesa delle famiglie verso queste strutture è cresciuta del 137%, arrivando a 7,23 miliardi. Si tratta soprattutto di centri diagnostici o poliambulatori completamente fuori dal circuito del servizio sanitario nazionale, dove i cittadini si rivolgono per aggirare i tempi di attesa o per prestazioni non erogate dal pubblico. «È il vero motore della privatizzazione – avverte Cartabellotta – e rappresenta un secondo binario destinato a chi può permetterselo».

Anche l’ecosistema dei “terzi paganti” – fondi sanitari, assicurazioni e welfare aziendale – continua a espandersi, raggiungendo nel 2024 una spesa complessiva di 6,36 miliardi di euro. Ma più il servizio pubblico arretra, più la sostenibilità della sanità integrativa si indebolisce. I fondi, che nel 2023 contavano quasi 12 milioni di iscritti, si trovano a rimborsare prestazioni che il servizio sanitario nazionale non garantisce più, rischiando un sovraccarico finanziario.
Nel frattempo cresce anche la presenza di fondi di investimento, gruppi bancari e società assicurative interessati alla sanità come settore redditizio. L’ingresso di capitali privati non è negativo in sé, sottolinea Gimbe, ma senza regole stringenti il rischio è che l’obiettivo del profitto prevalga su quello della tutela della salute.

«Parlare ancora di integrazione tra pubblico e privato è anacronistico», denuncia Cartabellotta. «Abbiamo un sistema che si avvita in logiche di mercato e produce disuguaglianze crescenti: la privatizzazione non annunciata del SSN trasforma diritti in privilegi».
Secondo la Fondazione, esistono due possibili strade: riconoscere esplicitamente questa deriva e gestirla con regole chiare oppure invertire la rotta con misure coraggiose.

Per Gimbe, l’unica via per salvare il Servizio sanitario nazionale è un piano di intervento su quattro assi: un rifinanziamento consistente e stabile del servizio sanitario nazionale, un paniere realistico di Livelli Essenziali di Assistenza, un secondo pilastro realmente integrativo, che non sostituiscano il servizio pubblico, una governance del rapporto pubblico-privato con tariffe aggiornate, tetti di spesa coerenti e controlli sulla qualità delle prestazioni.
«Solo così – conclude Cartabellotta – potremo restituire alla sanità pubblica il ruolo che la Costituzione gli assegna: garantire a tutti il diritto alla salute, indipendentemente dalle condizioni economiche e sociali. Perché nella vita reale, oggi, di fronte alla malattia non siamo affatto tutti uguali».

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