Non solo Autistici/Inventati. Nella Giornata internazionale per l’aborto sicuro accendiamo i riflettori su una forma di censura subdola che subiscono i siti di due ong che si battono per l’aborto farmacologico sicuro. Ad essere vittima, in Italia, di un oscuramento non dichiarato formalmente dalle autorità sono Women on Web e Women Help Women, i cui siti web da febbraio scorso sembrano irraggiungibili per una manipolazione del DNS nei principali provider.

Aborto farmacologico sicuro, la censura ai siti delle ong

La conferma alla censura occulta nei confronti delle associazioni arriva dalle indagini condotte dall’Osservatorio globale sulla censura online (Ooni), che documentano come a partire da metà febbraio 2026 i portali internazionali Women on Web e Women Help Women siano diventati irraggiungibili per la maggior parte delle utenze del nostro Paese.
Le due organizzazioni non governative, attive da anni a livello globale per offrire consulenza, informazioni scientifiche sull’uso di mifepristone e misoprostolo ed eventuale invio di pillole abortive nei contesti a rischio, sono state di fatto invisibilizzate dai principali operatori internet italiani.

I rilievi tecnici effettuati su provider come Fastweb, Vodafone, WindTre, Iliad, Sky Italia ed Eolo mostrano che il blocco viene applicato tramite la manipolazione dei server DNS. Si tratta di una tecnica che reindirizza le richieste degli utenti verso indirizzi non validi o genera finti messaggi di errore di dominio inesistente.
Il meccanismo trae in inganno la persona che naviga, portandola a credere che la piattaforma soffra di un temporaneo guasto tecnico anziché di una restrizione deliberata. In particolare, l’infrastruttura adottata da Sky Italia sfrutta gli stessi sistemi di filtraggio progettati per la piattaforma antipirateria Piracy Shield, confermando come strumenti nati per la tutela del diritto d’autore vengano ora impiegati per limitare l’accesso a informazioni sanitarie legali.

La gravità della misura emerge chiaramente dai numeri del fenomeno e dal contesto normativo italiano. Solo nel corso dell’ultimo anno, Women on Web ha registrato oltre 1.500 contatti dall’Italia, trasformatisi in più di 700 richieste dirette di aiuto e telemedicina, mentre Women Help Women ha assistito oltre un migliaio di persone. Il ricorso crescente alle piattaforme di consulenza online riflette un sistema sanitario nazionale fortemente segnato da ostacoli strutturali: la presenza di medici obiettori di coscienza supera il 67% su scala nazionale con picchi del 100% in diverse strutture ospedaliere, a cui si aggiungono la presenza delle associazioni pro-life nei consultori pubblici e una reportistica ministeriale sull’applicazione della Legge 194 ferma a dati vecchi di anni.

L’aspetto più critico evidenziato dalle attiviste riguarda l’opacità con cui la restrizione è stata applicata. Diversamente da quanto accade in Paesi come la Corea del Sud, dove l’oscuramento dei portali informativi avviene a fronte di provvedimenti governativi ufficiali ed espliciti, in Italia il blocco è calato senza alcuna comunicazione trasparente.
Inchieste giornalistiche in corso e testimonianze dirette, spiega ai nostri microfoni Dunia di Women Help Women, indicano l’esistenza di pressioni informali esercitate dal Ministero della Salute sui gestori di rete, configurando una vera e propria censura di fatto, sommersa e non dichiarata.

Nonostante i tentativi di blocco e le reiterate azioni di filtraggio subite anche sui canali social da parte di Meta, le organizzazioni colpite ricordano che il diritto all’autodeterminazione prosegue lungo vie alternative. I servizi di assistenza e orientamento restano pienamente operativi via posta elettronica e attraverso le reti di supporto femministe territoriali, mentre sul piano istituzionale il dibattito si muove verso la tutela costituzionale dell’autonomia procreativa e il recepimento delle direttive europee per la difesa della salute sessuale e riproduttiva.

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