Una fotografia degli USA di Trump grazie alle parole del giornalista del Guardian Gary Younge sull’evoluzione di Black Lives Matter e dei diritti civili, al commento di Lisa Clark, della Rete Italiana per il Disarmo, sulla possibilità di uscita dall’INF, e all’analisi del giornalista Francesco Costa sulle elezioni di midterm.

Gli Stati Uniti di Trump stanno per ricevere il primo giudizio che conta da parte degli elettori. Il 6 novembre, infatti, si terranno le elezioni di medio termine. Un momento importante per il Presidente repubblicano, perché in palio ci sono l’intera camera dei deputati, un terzo dei senatori e 36 dei 50 governatori dei singoli Stati membri. Se i democratici raggiungessero la maggioranza al parlamento, come buona parte dei sondaggi suggeriscono, l’agenda legislativa dell’amministrazione Trump ne risulterebbe praticamente bloccata. Inoltre, la più volte ventilata possibilità di aprire un procedimento di impeachment nei confronti di Trump potrebbe diventare realtà, anche se a meno di sorprese la maggioranza che i repubblicani dovrebbero conservare al Senato renderà particamente impossibile una condanna nei suoi confronti. “Siccome basta un voto a maggioranza semplice della camera per far partire questa procedura – spiega Francesco Costa, vicedirettore del Post ed esperto in politica statunitense – è quantomeno plausibile che se i democratici conquistassero la maggioranza alla camera ci proverebbero. Bisognerebbe tenere conto però del fatto che questa procedura non è mai andata a buon fine nella storia americana. Anche Nixon, famoso caso, si dimise prima che la procedura si concludesse, perchè per concludersi serve un voto dei due terzi del senato. Insomma, il rischio è che i democratici possano anche mettere Trump sotto impeachment ma così facendo, nell’impossibilità poi di rimuoverlo davvero, possano dare delle nuove motivazioni agli elettori repubblicani“.

Al di là dei nuovi scenari che le imminenti elezioni potrebbero delineare, anche la campagna elettorale che le sta precedendo presenta delle caratteristiche interessanti. Sia Trump che i democratici infatti stanno adottando strategie diverse rispetto a quelle del 2016. Da una parte il presidente in carica questo lunedì si è definito per la prima volta come un nazionalista, un termine che fino ad oggi aveva sempre rifiutato, all’interno di quella che secondo il quotidiano The Nation è una campagna elettorale fondata su Fear, Lies and (White) Nationalism. Una definizione con cui Costa concorda solo in parte, perché “è vero che come aveva già fatto nel 2016 punta molto sulla paura degli americani soprattutto degli immigrati e sul suo fascino negli elettori bianchi, e certamente dice un sacco di cose che sono totalmente false. Quello che manca a questo ritratto è il fatto che Trump sta anche puntando molto sui suoi risultati di questi due anni. L’economia americana sta andando benissimo, e ha mantenuto molte delle promesse che aveva fatto. Gli Stati uniti sono usciti dall’accordo di Parigi, sono usciti dall’accordo sul nucleare iraniano, hanno in corso una guerra commerciale con la Cina, hanno approvato un grosso taglio delle tasse soprattutto sulle imprese e i più ricchi… sono cose che Trump aveva promesso e in queste settimane sta raccontando di averle fatte”.
Dall’altra parte, anche il Partito Democratico è cambiato, con uno “spostamento su posizioni un po’ più radicali, anche se niente di rivoluzionario, dal punto di vista della linea politica. Ma la più grande trasmormazione è quella nell’identità dei candidati e dell’elettorato democratico. Ci sono donne candidate come mai ce n’erano state, e la coalizione di elettori democratici vede un contributo sempre più importante di donne e di persone non bianche”.

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Che vada interpretata come una parte di quella retorica di Fear, Lies and Nationalism di cui si parlava prima o che sia la premessa di un cambiamento radicale degli assetti internazionali che potrebbe condurre il mondo ad una nuova Guerra Fredda, la volontà di uscire dal trattato INF (Intermediate-Range Nuclear Forces treaty) è uno degli annunci di Trump destinati a fare più scalpore. “È un trattato fra gli USA e l’URSS negoziato per tutta la durata degli anni ’80 – spiega Lisa clark della Rete Italiana per il Disarmo – e arrivato finalmente alla firma l’8 dicembre 1987. Reagan e Gorbachev hanno firmato questo trattato che garantiva la rimozione e lo smantellamento con verifica internazionale di tutti i missili di raggio corto e intermedio. Erano gli strumenti della guerra in Europa, gli strumenti della guerra fredda. Il momento in cui questi sono stati rimossi, e questo è stato fatto davvero con verifica internazionale, è ciò che ha portato alla fine della guerra fredda. È una cosa importantissima, ma che è assodata, non è un accordino che poi si torna indietro sulle parole. Per questo in un certo senso siamo qua tutti che pensiamo alle dichiarazioni di Trump della settimana scorsa ma pensiamo anche che siano un po’ le solite battute di quest’uomo che non ha un senso della serietà delle cose“.

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Ma se da una parte gli Stati Uniti di Trump si stanno avviando verso un probabile cambiamento e importanti politiche sono nell’aria, anche nei due anni già trascorsi i cambiamenti non sono mancati. Uno dei fronti su cui la presidenza Trump, almeno a parole, aveva fatto presagire ingenti passi indietro è quello dei diritti civili. Di questi temi, e in particolare dell’evoluzione del movimento Black Lives Matter e del problema reso sempre più evidente dalle stragi nelle scuole della diffusione delle armi, ne abbiamo parlato con Gary Younge.
Gary Younge è uno scrittore e un giornalista e scrive, tra gli altri, per il Guardian e per The Nation.

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