La storia dell’Iran a partire dal regno dei sovrani Qajar fino ai giorni nostri e all’attuale accordo sul nucleare siglato a Vienna nel luglio 2015, messo in discussione dalla vittoria di Donald Trump. Il giornalista Giuseppe Acconcia presenta “Il Grande Iran”, il suo ultimo libro. Il Paese ha un ruolo chiave anche per il fallimento delle politiche di George W. Bush.

La politica estera di George W. Bush, con l’obiettivo di creare il “Grande Medio Oriente”, si è rivelata fallimentare, al punto da aver prodotto l’opposto “Il Grande Iran”. Quest’ultimo è il titolo del libro di Giuseppe Acconcia, giornalista del Manifesto, che lo ha presentato ai nostri microfoni.
“L’obiettivo di Bush era quello di costruire un Grande Medio Oriente tramite il principio di esportazione della democrazia – spiega acconcia – Questa strategia ha fallito talmente tanto che si è realizzato l’opposto, cioè un Grande Iran: un paese che dopo il ‘79 non ha mai tentato di esportare il suo ideale rivoluzionario ma che si trova ad essere centrale nella risoluzione di tutti i conflitti regionali”.

In Siria, ad esempio, il ruolo di Assad si consolida nel momento in cui la Guida Suprema di Khamenei continua a sostenerlo. Stessa cosa succede in Iraq, in Afghanistan, nel sud del Libano tramite i rapporti con Hezbollah, e nei rapporti, poi ridimensionati, nella Striscia di Gaza con Hamas. L’Iran di oggi, dunque, ha un ruolo centrale, tanto da essere diventato, appunto, il Grande Iran.
Un ruolo forte che il Paese riveste nel quadro mediorientale da oltre trent’anni e che determina il fatto che la sua politica estera può potenzialmente rappresentare una chiave di volta nella risoluzione del conflitto siriano e nella, da ormai quasi vent’anni utopistica, stabilizzazione dell’intera regione. Il caso della rivoluzione iraniana del 1978-1979 rappresenta un unicum storico nella realtà politica del Medio Oriente, che risalta maggiormente in seguito al recente tramonto delle Primavere arabe.  
 
“L’Iran è interessante da studiare in questa fase perché quasi tutti i movimenti che hanno attraversato il Medio Oriente dal 2011 in poi hanno fallito – osserva Acconcia – le aspirazioni dei movimenti di piazza in Egitto, Siria, Libia sono andate ridimensionate. Evidentemente l’unica vera rivoluzione che c’è stata in Medio Oriente negli ultimi decenni è stata quella iraniana, che ha avuto un suo successo grazie al ruolo degli ayatollah, anche se questo ha ridimensionato le aspettative che venivano da sinistra, dai comunisti, dai fedayyn”.
Studiare in questo momento la rivoluzione iraniana significa capire se questo successo può essere un modello per gli altri Paesi oppure no.
“In Iran ci saranno le elezioni presidenziali il prossimo anno – racconta il giornalista – quindi possiamo chiamarla democrazia anche non essendo una democrazia compiuta a causa dei controlli sui candidati e tanti altri limiti all’azione democratica.”

Nonostante la centralità regionale, “Il Grande Iran” racconta anche delle contraddizioni e delle sofferte ingerenze esterne di un Paese in cui, secondo una suggestiva immagine dell’autore, “tutto è il contrario di tutto: la libertà è ipocrisia, la religione è politica, la carità è profitto”.
Il Grande Iran, secondo Acconcia, risponde ad una consolidata strategia geopolitica nella regione, quella del Grande Gioco, che racconta di come il Paese sia stato manipolato dalle grandi potenze. “Da una parte, l’Iran afferma la sua identità post-79 – conclude il giornalista – e dall’altro continua ad essere manovrato. Possiamo vederlo dall’accordo sul nucleare firmato a Vienna nel luglio 2015, che ancora non è entrato in vigore. Inoltre, la vittoria di Trump mette in discussione i negoziati e in questo modo potrebbero essere vanificati tutti gli sforzi diplomatici degli ultimi tredici anni fatti dalle autorità iraniane, i mediatori dell’Ue, e i politici statunitensi, in primis Obama che aveva visto nella distensione con l’Iran uno dei suoi pilastri della politica in Medio Oriente”.

Cristiano Capuano