Fairtrade Usa esce da Fairtrade International. Al centro della frattura le regole per certificare le aziende e, in questo modo, “aprire” alle multinazionali.

Il primo gennaio il mondo del commercio equo e solidale ha subìto una frattura. Fairtrade Usa è uscita da Fairtrade International per divergenze sulla linea da adottare per lo sviluppo del settore.
L’ente di certificazione, quello cioè che decide se un prodotto può avere il marchio fairtrade, ha visto consumarsi al proprio interno il divorzio tra chi, gli americani, vogliono abbassare le soglie dei criteri per concedere il marchio, in modo da sviluppare il commercio equo e solidale, e chi, Faitrade International, vuole mantenere saldi gli scopi e i princìpi per cui è nata questa particolare forma di commercio.

A spiegarci meglio il nocciolo della questione, in diretta questa mattina all’Antipasto, è stato Giorgio Dal Fiume del direttivo di Agices, l’Assemblea Generale Italiana del Commercio Equo e Solidale.
Le questioni in campo sono due. Faitrade Usa vuole infatti concedere la certificazione equosolidale non solo a piccole cooperative di contadini, ma anche ad aziende che producono caffè e cacao su latifondi. Una misura che, di fatto, è orientata verso l’apertura a multinazionali come Nestlè e Starbucks.
L’altro punto riguarda la percentuale all’interno di un prodotto ottenuta secondo i criteri equosolidali. L’attuale vincolo è del 20%, mentre Fairtrade Usa punta ad abbassare la soglia al 10%.
“Si tratta di annacquare i princìpi e i valori del commercio equo e solidale”, spiega Dal Fiume, commentando la scelta di Faitrade Usa. Una decisione che ha anche provocato una frattura nel movimento globale che in Italia non è piaciuta.

Dal Fiume tiene però a precisare che ciò non avrà conseguenze sui prodotti e sul movimento in Italia, ma nonostante questo la notizia interroga tutto il settore.
Tra le preoccupazioni, quella di tradire gli scopi per cui è nato il commercio equo e solidale e, tra le righe, anche quella di consentire ad alcune multinazionali di ricostruirsi un’immagine con alcuni prodotti certificati fairtrade.
“Questa scelta degli americani riflette anche un dibattito – prosegue Dal Fiume – da tempo in corso nel mondo dell’equo solidale, che attiene il modello di sviluppo“. L’assemblea italiana continua a ritenere che le forme di produzione stabilite dal commercio equosolidale siano quelle giuste. Non latifondi, quindi, ma piccoli produttori locali. Questo, ovviamente, pone interrogativi su come estendere il mercato, ma per farlo non si può compromettere la natura stessa di questo tipo di commercio.

Quanto alla crisi economica, anche il commercio equo e solidale italiano ne ha risentito, “ma – ci spiega Dal Fiume – meno di molti altri settori merceologici e, complessivamente, rimane in crescita”.

Articolo precedentePremio Maccio Capatonda 2011, cinema alla radio
Articolo successivoNon c’è pace per i centri sociali: ora rischia Vag61