Il 7 luglio il Governo ha approvato il decreto sviluppo con alcune importanti novità in ambito edilizio. Legambiente pochi giorni prima ha lanciato un appello per rivedere e fermare i punti critici “che aprono uno scenario di grande preoccupazione per il patrimonio paesaggistico e architettonico del Belpaese” si legge nel testo.

Uno dei punti più controversi è la semplificazione prevista per chi volesse cominciare la costruzione di un nuovo stabile o intervenire su uno già esistente in quanto l’iter per il rilascio dei nulla osta sarà di più facile reperimento; di fatto questa norma, in un Paese in cui i piani regolatori di molti Comuni non sono molto strutturati e imperversa l’abusivismo si rischia di dare man forte proprio a quest’ultimo ricominciando a costruire indiscriminatamente anche e soprattutto a scapito del territorio e del paesaggio. Una sorta di pericoloso silenzio assenso  che darebbe il via libera ad una nuova fase di cementificazione.

Secondo punto,” forse ancora più grave”, leggiamo nell’appello, le modifiche previste al Codice dei beni culturali e del Paesaggio: l’estensione da 50 a 70 anni della soglia temporale per la quale è possibile sottoporre il patrimonio immobiliare pubblico o di enti no profit, compresi quelli religiosi, ad accertamenti per verificarne il grado di interesse culturale. Di fatto una norma che può sottrarre allo Stato un numero rilevante di costruzioni pubbliche realizzate  tra il 1941 e il 1961, abolendo anche la legge Bottai, d’epoca fascista (1939) con la quale il ministro dei beni culturali doveva essere informato di ogni trasferimento delle proprietà di beni vincolati. Questo significa che la pubblica amministrazione non avrà più informazioni sugli spostamenti degli immobili e non saprà chi è il responsabile di violazioni o più semplicemente della manutenzione di un dato immobile.

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