Decostruire per ricostruire, fare spazio per spazi nuovi. Da questo siamo partiti per parlare di nuove opportunità culturali e sociali, ma anche linguistiche. In che modo?

Entriamo ora nel dettaglio degli spunti dal web, letti durante la diretta:

“Uomini che marciano per le donne: decostruiamo il superuomo”, di Marika Ikonomu

I primi gruppi sono nati negli anni Novanta per mettere in discussione il modello culturale patriarcale. Dopo il femminicidio di Giulia Cecchettin l’interesse verso queste realtà è cresciuto. Dal sud al nord. (…)

La pratica politica dell’autocoscienza è stata avviata dai collettivi femministi tra la fine degli anni Sessanta e l’inizio degli anni Settanta. Dagli anni Novanta in Italia anche alcuni gruppi di uomini hanno sentito il bisogno di aprirsi a questa pratica per mettere in dubbio la costruzione sociale assegnatagli (…) : “Si tratta di partire dalla propria condizione personale, conoscerne la natura politica e farne un terreno di condivisione con altri», spiega Stefano Ciccone, tra i fondatori della rete Maschile plurale e membro del gruppo di Roma. 

Uno spazio in cui non ci si giudica, prosegue Ciccone, ma che non si limita all’autoaiuto o al compiacimento, perché «ci si mette in discussione». (…) 

Ma c’è chi preferisce definirlo «un cerchio di decostruzione», precisa Enrico Francone, 32 anni, che dal 2018 fa parte del Cerchio degli Uomini di Torino: «Autocoscienza significa essere coscienti ma può non portare a nessun cambiamento, mentre la decostruzione porta a ripensarsi». 

L’esigenza che porta le persone a creare questi spazi o ad avvicinarsi a gruppi già esistenti è personale ma in comune c’è la volontà di uscire dallo stereotipo maschile. «Riconoscere una parzialità maschile, una costruzione sociale da mettere in discussione, contrastare il vittimismo maschile, non porsi in una posizione volontaristica, come amici delle donne, e riconoscere il fatto che esiste un privilegio maschile», racconta Ciccone, sottolineando che questo privilegio produce una miseria nella vita degli uomini. (…)

L’articolo completo è su domanieditoriale.it

“Decostruzione dello scrittore” di Francesco Longo

Chi era veramente Dostoevskij? Chi era veramente Kafka? Intorno ai giganti della letteratura fioriscono sempre leggende: ma più si moltiplicano gli aneddoti e si esaspera il loro mito, più i loro volti sbiadiscono e i profili appaiono privi di caratteri umani. Si deve dunque lavorare per sottrazione, scrostare gli autori dalla loro fama. Due libri seguono questa strada: Il giardino dei cosacchi di Jan Brokken (Iperborea) e Questo è Kafka? di Reiner Stach (Adelphi). (…)

Brokken restituisce un Dostoevskij molto umano, sofferente, debole, in crisi. “Non ho inventato nulla”, dice, a proposito della corrispondenza privata tra lo scrittore russo e il barone suo amico Alexander von Wrangel, intorno al 1850. (…)

lato privato, atteggiamenti meno esposti e vita intima sono gli aspetti scelti anche da Reiner Stach per comporre un ritratto inedito di Franz Kafka, che lo liberi dai cliché: «Nel preconscio culturale si è mantenuta un’immagine stereotipata, che riduce Kafka a una sorta di essere alieno» (…) Una ricerca biografica la sua, che raggiunge i dettagli marginali della vita di Kafka, mettendo a fuoco piccole abitudini, inclinazioni comuni o addirittura banali. (…)

Abbiamo bisogno di eroi, di scrittori rassicuranti come paesaggi nelle cartoline, ma soprattutto abbiamo bisogno di scrittori che incarnino nevrosi e dolori di un’epoca intera. Ci servono romanzieri che sappiano portare per noi il peso di tutto ciò che ci sfugge. Ci aggrappiamo a scrittori che hanno preso per noi l’onda d’urto della modernità, vogliamo scrittori parafulmini, scrittori gommapiuma, che attutiscano per noi i traumi. A parte le loro opere, li consideriamo dei giganti se riescono a sopportare ciò che per noi è intollerabile, o se sono al posto nostro ciò che noi vorremmo diventare: bandiere di valori morali, lanterne per non smarrirsi, guide. Quando non ci riescono, cuciamo loro addosso queste maschere per renderli sacri, distanti, puri come oggetti da venerare. 

L’articolo completo lo trovate su rivistastudio.com

Nella seconda parte della trasmissione abbiamo parlato anche di Angelina Mango e di quanto sia difficile decostruire un profilo social per costruire un profilo sociale, abbiamo letto una delle sue lettere che pubblica di tanto in tanto sulla sua pagina, ascoltando una canzone tratta dal suo primo album.

Abbiamo poi incontrato e intervistato Rachele Borghi per l’evento “Un mondo antiraz” al Vag61, ci ha parlato di cosa è per la lei decostruzione e quanto sia importante avere una posizione linguistica per accogliere nuove possibilità di comunicazione. Partire da un punto di vista non occidentale, non bianco, non maschile è un primo punto di partenza.

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Di e con Flavia Montecchi.