Un’elegante regia per la chiusura della trilogia mozartiana al Comunale di Bologna con il Così fan tutte. Il giovane e talentuoso regista Alessandro Talevi in questa nuova produzione immagina l’opera ambientata negli anni ’60 del ‘900 in un momento di grande cambiamento e in bilico tra un modo di pensare ai rapporti di coppia ingessato e modellato sulla tradizione, e un nuovo modo di ragionare più libero, aperto all’appagamento dei desideri anche delle giovani donne. Straordinarie le voci di Mariangela Sicilia in Fiordiligi e di Francesca di Sauro nei panni di Dorabella. Molto applaudita l’interpretazione di Despina fatta da Giulia Mazzola, apprezzati anche Vito Priante come Guglielomo e Marco Ciaponi nei panni di Fernando. Decisamente a suo agio nella parte di Don Alfonso in versione hippy ed estremamente divertente Nahuel di Pierro.
La nuova produzione del Così fan tutte del Comunale Nouveau è all’insegna del talento delle nuove generazioni alla regia e alla direzione d’orchestra. Il Direttore Martijn Dendievel, belga classe 1985, dirige da quando aveva 11 anni e, pur giovanissimo, ha già alle spalle una carriera straordinaria di successi in tutto il mondo; Talevi, di origini italiane, ma nato in Sudafrica, diplomato alla Royal Academy of Music di Londra in accompagnamento pianistico ha messo in scena numerose opere dal barocco al novecento venendo apprezzato per le sue regie in importanti teatri e festival tanto in Korea, che a Cape Town, Tel Aviv, quanto al Massimo di Palermo e al maggio Musicale di Firenze. Unanimi gli apprezzamenti ai due timonieri di questa rappresentazione, sia per l’ottima conduzione dell’orchestra che per la delicata operazione registica che ammoderna senza sconvolgere e offre spunti di riflessione all’uditorio sull’oggi senza appesantire la levità della partitura mozartiana.
La scenografia proposta da Talevi è volutamente austera, tutta giocata, come i costumi e i filmati proiettati, sui toni del bianco e nero e sfumature di grigi. Probabilmente si voleva rappresentare anche in modo critico, un’atmosfera familiare della ricca borghesia anni ’60 fortemente legata ad una divisione di ruoli tra donne e uomini in cui è contemplato che gli uomini possano partire per la guerra o per affari e che le donne rimangano a custodia del focolare domestico, fedeli e mansuete. Il pubblico forse attendeva più colore, più allegria e brio nelle scene costumi ed è rimasto inizialmente spiazzato da questa sobria eleganza che, anche nei travestimenti dei due uomini e delle due donne, propone una palette di colori sui toni del bianco e del marrone nei costumi, con la sola eccezione della coloratissima vestaglia a fiori da guru hippy di Don Alfonso e della camicia azzurra di Despina.
Seguendo il testo dell’opera e ragionando sulle scelte registiche tuttavia non si trova nessun tradimento del libretto di Da Ponte, anzi si osserva un continuo rimando al testo e tutto scorre con naturalezza, senza forzature. Talevi sembra citare il sogno di una notte di mezz’estate di Shakespeare nell’ambientazione in una foresta, o natura selvaggia, degli scambi di coppia, foresta in cui si può derogare alle parole d’ordine “costanza”, “candor”, “fedele”. In questo spazio di natura alle due giovani è concesso, almeno provvisoriamente, di non fare le “brave penelopi”, ma di abbandonarsi ai “diletti” secondo la filosofia proposta da Despina, perché nella vita si può anche star senza “amor” non senza “amanti”.
Quanto mai calzante la scelta dei costumi da hippy per i travestimenti delle due coppie, pensando all’amore libero, alla contestazione della tradizione e dei ruoli tradizionalmente intesi che quella filosofia di vita ha portato. Se pur a trionfare in Mozart nel finale sono i valori del passato legati al richiamo alla fedeltà, contro la presunta “spudoratezza” femminile, che riportano le coppie a essere quelle iniziali, ciò non toglie che le cantanti, o la volontà registica, non possano aver preferito, al momento degli applausi, presentarsi con i più allegri e costumi usati per il travestimento e il tradimento dei loro promessi ispirati a quelli delle hippy anni ’60, forse anche per suggerire che nel nostro presente è possibile anche dismettere, chiuso il sipario dell’opera, i panni delle donne obbedienti che ritornano all’ordine nel grigiore del costume nuziale e della scenografia e quindi ritornano anche al rigore morale del principio, a quell’ “antica calma” invocata da Don Alfonso, in antitesi ai “turbini del desiderio”, che sta alle donne, nella realtà attuale, forse quanto mai stretta.
Sempre più pare che per mettere in scena i repertori operistici in modo non museale, ma tirandone fuori un discorso valido per il nostro presente, che parli a noi oggi, pur senza urtare i “puristi”, occorra camminare sulle uova per registi, scenografi, costumisti e interpreti. Visto che non accennano a calare i femminicidi in media ogni tre giorni, non si può ad esempio non sottolineare, con tratti registici, alcuni elementi dei libretti che ci riportano a una cultura fortemente patriarcale in cui, per citare un caso da questo libretto del Così fan tutte, la donna che tradisce dovrebbe essere, a buon diritto, “cancellata” dall’uomo tradito. Ci vuole misura, garbo, gusto ed eleganza, come in questo caso è stato fatto, per non tacere, non far passare sotto silenzio certe parole e frasi che “stonano” alle orecchie contemporanee come le continue accuse alle due fidanzate di aver tradito, quando oltretutto sono stati i due giovani, per scommessa, a indurle alla trasgressione. Lo si può fare giocando ad esempio con il comico, come è stato fatto in questo caso ridicolizzando il grigiore degli uomini in doppiopetto che pretendono la donna Penelope, o con la denuncia sociale, come in altri casi si è visto, tutto questo senza andare a sconvolgere la parte musicale e la storia rappresentata.
Queste partiture straordinarie oggi vanno proposte con intelligenza esaltando la potenza della musica, puntando sulla qualità delle voci, del coro, della messa in scena e proponendo regie, come questa, che mettano in atto paragoni storici o offrano un immaginario che consenta anche ai più giovani di capire quali sono le forze in campo, quali le tematiche al centro dell’opera, fornendo un contesto o chiavi di lettura che parlino a noi qui oggi.
Il lavoro fatto da tutto l’ufficio di regia su questo dramma giocoso in due atti di Mozart credo che abbia raggiunto il suo scopo di appagare sia i più attenti conoscitori dell’opera e critici melomani, che un pubblico meno esperto e giovane che anela ascoltare questi repertori per conoscerli, goderli musicalmente, ma a cui va offerta anche una chiave per non perpetuare certi stereotipi e comportamenti.
Meritatissimi gli applausi tributati all’ottimo cast, gustosissimo il duetto delle due cantanti nella scena quattordicesima del primo atto “Ah che tutta in un momento si cangiò la sorte mia!” e il finale di quello stesso atto che porta davvero al riso assistendo a “quell’ira e quel furor” espresso da tutti i protagonisti in un concertato. L’avvio del secondo atto è decisamente interessante e divertente per l’esposizione della filosofia di Despina che invita le giovani a prendersi il proprio spasso pur se i loro promessi sono alla guerra e insieme alle ragazze è tutto il pubblico ad esser trascinato dall’inizio alla fine dalla musica così piacevole di Mozart tanto da non poter non concordare con l’affermazione “che diletto, che spassetto io proverò!” Particolare omaggio è dovuto a Mariangela Sicilia che non smette mai di entusiasmare per l’incredibile gamma di colori della sua voce e a Giulia Mazzola per la briosa e delicata interpretazione della serva Despina.







