I percorsi di una carriera, riletti in chiave Modern Jazz, dall’immaginario di un artista che dall’Hard Bop, all’ECM, ha colorato a modo suo pagine di musica jazz.

Charles Lloyd, sassofonista, da Memphis classe 1938, talento precoce, farà parte della band di Chico Hamilton, fino a vivere un periodo  Hard Bop con Cannonball Adderley. Conoscerà il suo maggior successo nella seconda metà degli anni ’60 nel quartetto con Cecil Mc.Bee, Jack DeJohnette e Keith Jarrett, il suo album “Forest flower” rimane il suo disco più riuscito.

Il suo fraseggio, ricorda Coltrane, in certe circostanze, fraseggi lunghi e atmosfere dilatate.

Si presenta all’Arena del Sole, nel contesto del Bologna Jazz Festival, esattamente in quartetto, sia per rivivere le sonorità di metà anni 60, che quelle più “Coltraniane”, aggiungiamo le sue più recenti influenze ECM ed abbiamo quasi due ore di musica, che vedono il Sax tenore di Charles Lloyd, rileggere sonorità con le caratteristiche citate in precedenza nella chiave “Modern Jazz”. Il suono a dispetto di 76 primavere, risulta caldo, pieno e ancora coraggioso, più attento alle sue scritture, che a concedersi, Lloyd tenta di riportare attualità nei suoni, non sempre tiene viva l’attenzione, la prima parte di “suite” a volte si perde, per poi ritrovarsi e ripartire nelle ritmiche sostenute dal batterista Eric Harland, metronomo perfetto (pure troppo), complementato dal basso di Joe Saunders, infine al piano Gerald Clayton che parallelamente traccia una via melodica che riempe la linea di sax del Front man.
La seconda parte conclude il concerto, come accennato Charles Lloyd polistrumentista dei fiati, e quindi si procede oscillando fra clarinetto basso e flauto traverso, in un “Psalm” che chiude la nostra serata.

Ricordiamo che alla vigilia del concerto, al Cinema Lumiere è stato proiettato “Charles Lloyd: arrows into infinity” un documentario, che attraverso riprese live e materiali di repertorio racconta la carriera di questo musicista che è stato testimone di diversi cambiamenti, passaggi e trasformazioni nel contesto della musica afroamericana.

                                                                                                                           William Piana