Dopo alcune misure sporadiche e limitate da parte del governo Meloni per fronteggiare il caro carburante dovuto alla crisi energetica, in Italia si registra l’iniziativa spontanea di due compagnie petrolifere, Eni e Ip. I due colossi hanno annunciato la riduzione dei prezzi attraverso l’applicazione di un tetto al costo dei carburanti, ma i primi effetti sembrano quasi impercettibili.
Di fronte a un problema che sta mettendo in ginocchio famiglie ed imprese, avanza con sempre maggiore forza la posizione di chi chiede una tassa strutturale sugli extra-profitti e non la gestione della crisi attraverso le “elemosina” delle compagnie petrolifere.

Caro carburante, le “elemosina” di Eni e Ip

Il tetto ai prezzi dei carburanti annunciato dal gruppo Eni ed Enilive è diventato realtà nelle stazioni di servizio. Dai rilievi effettuati a Roma, il costo in modalità self service è stato fissato a 1,990 euro al litro per la benzina e a 2,109 euro al litro per il diesel.
Sul fronte dei competitor, anche l’azienda energetica azera Socar, attiva in Italia tramite la controllata Italiana Petroli (Ip), ha dichiarato l’intenzione di allinearsi con la misura proponendo un proprio calo dei listini. Allo stato attuale, tuttavia, le stazioni Ip mostrano ancora tariffe elevate, con il gasolio self che oscilla tra 2,378 e 2,506 euro al litro e la benzina compresa tra 2,168 e 2,239 euro al litro.
Secondo le ultime rilevazioni dell’Osservatorio del Ministero delle Imprese e del Made in Italy (Mimit), la media nazionale dei prezzi mostra una prima quasi impercettibile flessione. Sulla rete stradale ordinaria il “self” si attesta a 2,152 euro al litro per la benzina (in calo dai 2,159 di ieri) e a 2,369 euro per il gasolio (contro i 2,377 del giorno precedente).

L’impatto complessivo dell’operazione è stato analizzato dall’Unione Nazionale Consumatori, che pur definendo «lodevole» l’iniziativa di Eni, evidenzia tuttavia come l’effetto sulle medie generali risulti ancora contenuto. In autostrada il calo si traduce in un risparmio di circa 2 euro per un pieno di 50 litri di benzina e di 1,95 euro per il gasolio, mentre sulla rete regionale la flessione media è stata inferiore a un centesimo al litro.
L’efficacia del calo è strettamente correlata alla densità di stazioni Eni sul territorio: le flessioni più marcate si sono registrate in Friuli Venezia Giulia, Lazio e Abruzzo, mentre regioni come la Sardegna hanno mostrato variazioni minime. In Lombardia, a fronte di un’ampia presenza del marchio, la media ha subito ritocchi limitati.

In attesa di valutare se la mossa di Eni spingerà l’intero settore a una revisione al ribasso delle tariffe, i consumatori chiedono una presa di posizione diretta da parte delle istituzioni. L’Unione Nazionale Consumatori ha infatti sollecitato l’intervento del governo affinché vengano impiegate le maggiori entrate incassate tramite l’Iva per alleggerire la pressione fiscale sui carburanti e restituire risorse agli automobilisti.
A pungolare il governo è anche il presidente della Regione Emilia-Romagna Michele de Pascale, che definisce quelle messe in campo finora come «misure parziali che non affrontano il problema in radice, cioè quello dei costi in energia e dei carburanti. L’auspicio è che in Finanziaria si possa vedere qualcosa di concreto».

«Qualsiasi forma di responsabilità sociale da parte di soggetti economici così rilevanti nel nostro Paese non può che essere apprezzata – premette de Pascale – però dall’altra parte ci sono delle categorie che sono veramente disperate». Ad oggi, rileva il presidente, «si è sostituita la misura delle accise con una misura più orecchiabile, come quella del bollo, in un’ottica anche un po’ di speculazione elettorale. Però ci sono interi settori economici che ora non hanno più nè il sostegno sulle accise, nè la riduzione del bollo».

La petizione di ReCommon: una tassa sugli extraprofitti

L’attuale crisi energetica, che ha prodotto un caro carburante, è diretta conseguenza dei conflitti internazionali e dei blocchi lungo le principali rotte commerciali, tra cui lo Stretto di Hormuz. Ogni giorno l’Europa si trova a pagare un sovrapprezzo stimato in circa 500 milioni di euro per l’approvvigionamento di combustibili fossili, mentre le grandi multinazionali del comparto registrano entrate straordinarie che sfiorano i 30 milioni di euro ogni ora.
Ma il problema non riguarda solo gli spostamenti. In Italia il costo dell’elettricità ha toccato nel recente passato i 116 euro per megawattora, superando nettamente la media europea, ferma a circa ottantacinque euro. Secondo le stime diffuse dal Fondo Monetario Internazionale, l’impatto del caro-energia ha già generato un aggravio medio di 450 euro a famiglia, con proiezioni che prefigurano scenari ancor più complessi se la tendenza non dovesse invertirsi.

Per rispondere a questa situazione, l’organizzazione ReCommon ha promosso una petizione per chiedere al governo interventi strutturali e immediati. Al centro della mobilitazione c’è la richiesta di introdurre una tassa straordinaria sugli extra-profitti generati dalle grandi aziende del settore energetico fossile.
L’obiettivo dichiarato è quello di recuperare risorse da destinare a misure sociali e a progetti diretti ad accelerare l’uscita dalla dipendenza dalle fonti tradizionali.
«Non esistono scuse come quella che occorre farlo a livello europeo perché c’è la concorrenza – osserva ai nostri microfoni Antonio Tricarico di ReCommon – perché nel 2022 è già stato fatto, anche se in maniera non sufficiente».

Studi di settore, come quelli realizzati da Transport & Environment, indicano che in Italia i soli guadagni extra legati ai carburanti stradali a giugno scorso ammontavano ad almeno 4 miliardi di euro, inseriti in un quadro continentale che supera i 24 miliardi.
Fino a questo momento, le risposte istituzionali si sono concentrate su interventi congiunturali, come lo stanziamento di fondi destinati a contenere temporaneamente i prezzi al consumo della benzina, senza tuttavia intaccare le cause profonde del problema.
Secondo i promotori della campagna, le misure tampone adottate nel breve periodo rischiano di prolungare la vulnerabilità del Paese di fronte alle fluttuazioni dei mercati internazionali. L’introduzione di un prelievo fiscale adeguato ed equo sul comparto fossile viene quindi indicata come uno strumento necessario non solo per ridistribuire le risorse generati durante la crisi, ma per finanziare una transizione energetica programmata, in linea con gli impegni internazionali sul clima.

ASCOLTA L’INTERVISTA AD ANTONIO TRICARICO: