«I Dunque sono quelli che si pone un altrista. I Dunque sono quelli che si pone chi fa tealtro». Con queste parole Alessandro Bergonzoni introduce il suo nuovo spettacolo “Arrivano i Dunque (avannotti, sole blu e la storia della giovane saracinesca)” che, dall’esordio a Milano nel novembre scorso, arriva in scena al Teatro Duse di Bologna dal 25 al 30 marzo, con la regia dello stesso Bergonzoni e di Riccardo Rodolfi.
Bergonzoni, i Dunque, l’altrista, il tealtro e la congiungivite
Se questo spettacolo inaugura un’epoca «in cui non c’è più il teatro ma il tealtro», dice Bergonzoni, lo stesso discorso vale per l’artista, che invece è “altrista”. «Non riesco a capire come si riesca a lavorare nell’arte, in tutte le arti, senza l’altro. L’altro da sé anche. Per questo i Dunque sono delle domande, ma sono anche delle asserzioni insieme ai quindi, ai perché, ai finalmente, agli eccome. Tutto questo si muove in una direzione di arrembaggio del pubblico, anche perché ci saranno delle novità anche plateali in questo spettacolo qua».
L’altrista attraverso il tealtro vuole contribuire alla c’realtà, il neologismo dell’artista bolognese che meglio racchiude la tensione morale di questo spettacolo: tentare di ricreare una realtà che non solo non ci basta più, ma che possiamo/dobbiamo reiventare giorno per giorno alla ricerca di un futuro di pace assoluta e definitivamente più accogliente, fino alle soglie di nuove percezioni e di altri significati.
«Questo è uno spettacolo escatologico. È fondamentale, credo, cambiare dimensione: non accettare più soltanto la dimensione empatica, la dimensione solidale, parole veramente stanche – osserva Bergonzoni – Manca la dimensione immedesimatoria, l’immedesimazione. E in questa direzione va questo lavoro, e i concetti di tealtro e altrista. Si tratta di un tema già presente in “Voto di Vastità”; l’ho sviluppato fino ad arrivare al non accettare più di essere soltanto colui che fa il suo spettacolo e va a casa. La condizione immedesimatoria è una condizione continuativa».
Strumento fondamentale per generare una c’realtà è la congiungivite: «Questa è una conferenza stampa che riguarda il mio movimento che si chiama “dei rivoltosi fuori”, nel senso che io porto un capo rivoltato [indossa un gilet al contrario] perché mi rivolto contro la condizione delle carceri in questo momento; è una conferenza stampa che riguarda “La casa dei Risvegli”, o una che riguarda la pace? Non mi ricordo. Mi viene da chiedermi oggi che cosa avviene in questo tealtro».
Ricerca artistica e impegno civile, i due piani si specchiano. Questa è la congiungivite: la visione secondo cui le esistenze e le situazioni sono congiunte, tutto si tiene assieme insieme: «Tutte le più sottili vene del mio corpo sono collegate alle vene degli altri corpi e delle altre situazioni, inevitabilmente. Come si fa a dividere pace da tortura, tortura da bellezza, bellezza da scuola, scuola da teatro, teatro da fantasia, immaginazione, visione, risata. Io credo sia arrivata l’ora di cominciare a non smettere di considerare tutto». Per questo «spero proprio che il pubblico smetta di applaudire con le proprie mani e cominci ad applaudire con la mano di quello di fianco per arrivare a quello che io chiamo nello spettacolo l’unisono. È una questione anche musicale e canterina».
Per questo, in merito al trasferimento di circa 50 detenuti minorenni alla Dozza, «abbiamo fatto un sit-in importante – ricorda Bergonzoni – ci sarà una fiaccolata il 21 che non mi vedrà in presenza perché sono a Cattolica, ma ci sarò con un articolo da leggere; chiederò alle persone che non riescono a venire come me – questa volta, l’unica volta prometto non mancherò mai più – di accendere una candela o una fiaccola anche nelle proprie case per ricordarci che 20 detenuti sono già morti quest’anno, suicidi; l’anno scorso sono stati 90; che pensare di poter far diventare un luogo di pena per adulti un luogo dove si scaricano delle persone che dovrebbero stare altrove dovrebbe far pensare a tutta la situazione nel suo complesso. Tutto è collegato, è la congiungivite».
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