Lo sbarco e il transito in Italia dell’attentatore di Bruxelles ha rappresentato un’ottima occasione per la propaganda xenofoba della maggioranza di destra. Da Matteo Salvini a Giorgia Meloni, gli esponenti del governo si sono subito sperticati a evidenziare il rischio che comporterebbe l’immigrazione. I giornali della destra si sono accodati, mettendo all’indice chi critica i Cpr, le strutture di detenzione amministrativa per migranti, che ora sarebbero necessari per sventare il terrorismo nel nostro Paese.
Posto che la soluzione a questi rischi passerebbe per l’apertura di canali di ingresso regolari, dove chi arriva viene controllato agli aeroporti, mentre ora sono proprio le politiche italiane ed europee che costringono le persone ad entrare in maniera irregolare, ciò che la dentra anti-migranti non ricorda è che anche l’Italia esportava il “terrorismo”.

Quando il “terrorismo” veniva dall’Italia: gli attentati all’estero dei nostri connazionali

A fare una ricognizione storica di italiani migrati all’estero a compiere attentati è lo storico Luca Alessandrini ai nostri microfoni.
Ricostruendo i casi più celebri di connazionali che si sono resi protagonisti di atti di “terrorismo” è anche facile smontare la retorica sottesa ai discorsi xenofobi della destra e la riproposizione dello “scontro di civiltà” che, anche a causa del conflitto in Medio Oriente, sembra aver trovato nuova linfa. Non vi è infatti nessuna predisposizione etnica o culturale nel mondo arabo per la realizzazione di attentati, non più di quanta ce ne sia in Occidente.
In questo senso risultano piuttosto fastidiose le pretese di dissociazione da gesti violenti che molti cittadini musulmani si sentono avanzare.

«Da quando abbiamo dati affidabili, cioè dagli anni ’70 dell’800, ad oggi gli italiani emigranti sono un numero impressionante, 27 milioni – osserva Alessandrini – Gli italiani emigravano perché l’Italia era un Paese povero, con una spinta demografica molto alta e le destinazioni sono note: Argentina, Brasile, Stati Uniti, ma anche i Paesi industrializzati europei, come Francia, Germania e Belgio».
Una vera e propria diaspora legata soprattutto alla povertà, ma che aveva anche una componente politica dipendente dalla forte repressione del sistema di potere liberale che induceva i dissidenti ad andare via dall’Italia.

«Oggi i migranti vengono descritti come poveri, delinquenti e terroristi – sottolinea Alessandrini – Gli italiani all’estero soddisfavano tutti questi requisiti».
In particolare lo storico ricostruisce la malavita organizzata italiana che ha radicato negli Stati Uniti ed ha stimolato anche una sterminata filmografia. I nomi dei protagonisti sono notissimi, da Al Capone a Lucky Luciano.
Ma tra i 27 milioni di italiani che sono emigrati ci sono anche alcuni casi, soprattutto afferenti al movimento anarchico, di attentatori che oggi verrebbero definiti “terroristi”.

«Un italiano, anarchico di Prato, emigrato negli Stati Uniti tornò in Italia per uccidere Re Umberto I il 29 luglio del 1900: si chiamava Gaetano Bresci», ricorda Alessandrini.
Già sei anni prima l’anarchico italiano Sante Caserio aveva assassinato con un pugnale il presidente della Repubblica francese Marie François Sadi Carnot.
E ancora: la principessa Elisabetta Amalia Eugenia di Wittelsbach, la famosa principessa Sissi, venne pugnalata a morte nel 1898 dall’anarchico italiano Luigi Lucheni. Al commissario che lo interrogava chiedendogli il motivo del suo gesto, pare abbia risposto: «Perché sono anarchico. Perché sono povero. Perché amo gli operai e voglio la morte dei ricchi».
Ad un attentatore italiano va attribuita la prima autobomba, che in realtà era un carretto. Si tratta di Mario Buda che nel 1920 compie un attentato a Wall Street, simbolo del capitalismo, in cui rimangono uccise 33 persone e altre duecento vengono ferite.

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