Ha destato scandalo durante l’emergenza climatica che ha colpito Bologna sabato scorso la presenza di riders con le biciclette o i motorini in strada. Le vie della città si sono trasformate in fiumi di acqua e fango, ma i ciclofattorini erano costretti a percorrerle per effettuare delle consegne a domicilio.
Sui social molti utenti si sono concentrati sull’indifferenza e il cinismo di chi ha ordinato una pizza durante l’allerta rossa e qualcuno ha sottolineato che, oltre al cliente, il dito andrebbe puntato anche contro i datori di lavoro.
La tutela di riders durante l’allerta rossa: il nodo del salario
Com’è possibile che durante l’emergenza climatica sul territorio, con un’allerta rossa data con ampio anticipo, ci siano lavoratrici e lavoratori di settori non essenziali costretti a mettere a rischio la propria incolumità fisica?
Il tema di una delle categorie più esposte, quella dei riders appunto, e della loro tutela in casi come questi in realtà è stata al centro di diverse lotte animate da Riders Union Bologna. Uno sciopero dei ciclofattorini fu proclamato nel novembre 2017 in occasione di una nevicata che colpiva Bologna, ma anche durante la pandemia vi furono proteste e prese di posizione nella direzione di una tutela della salute delle persone.
«La legge italiana sulla sicurezza sul lavoro – spiega ai nostri microfoni Federico Martelloni, docente di Diritto del Lavoro dell’Università di Bologna – è molto avanzata e prevede tutele che si applicano anche ai riders. Il problema è legato alla qualificazione del rapporto di lavoro, che le piattaforme di delivery continuano a considerare autonomo, esponendo i lavoratori a elementi di ricattabilità o comunque alla mancanza di un reddito certo».
La giurisprudenza italiana, in seguito a diversi contenziosi, ha individuato nel rapporto di lavoro tra riders e piattaforme una natura di collaborazione eterorganizzata. «Questo vuol dire che senza il bisogno che il rider sia riqualificato come lavoratore subordinato – osserva Martelloni – sono destinatari dell’integrale protezione riconosciuta al lavoro subordinato».
In altre parole, nessuno può obbligare un rider a lavorare durante un’emergenza climatica in corso.
Il nodo irrisolto, però, resta quello delle compensazioni del mancato reddito. «Il tema è capire come si indennizzano lavoratori che hanno dato la propria disponibilità, ma le condizioni atmosferiche diventano tali da impedire loro oggettivamente di svolgere la prestazione di lavoro senza dover rinunciare al reddito».
Se infatti fossero lavoratori dipendenti, i riders avrebbero diritto a una indennità di disponibilità che invece la loro forma contrattuale non garantisce.
«Penso che si debba intervenire su questo aspetto – osserva il docente Unibo – Il tema è: chi si carica del rischio dell’evento meteorologico avverso? Poiché il contratto di lavoro è anche una convenzione di ripartizione dei rischi, credo che sarebbe necessario che se facessero carico le piattaforme e non i singoli lavoratori e lavoratrici».
Il tema del rapporto tra lavoro e crisi climatica, in realtà, sta cominciando a interessare l’attività legislativa nazionale. Così, ad esempio, fa il decreto legge 29 del 2023, recante “Misure urgenti in materia di tutela dei lavoratori in caso di emergenza climatica e di termini di versamento”. Nello specifico, il provvedimento prevede disposizioni transitorie in materia di trattamenti di integrazione salariale collegati a situazioni climatiche eccezionali, comprese quelle relative a straordinarie ondate di calore. La necessità era emersa l’estate scorsa, quando lavoratrici e lavoratori si trovavano spesso ad operare in luoghi di lavoro roventi.
ASCOLTA L’INTERVISTA A FEDERICO MARTELLONI:







